Lo sbarco sulla Luna, e poi?

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Esattamente cinquant’anni fa l’Umanità era tutta quanta con il naso all’insù. Con il cuore in gola a fissare la Luna. A fantasticare su quella scatoletta di latta con dentro, stipati come sardine, tre uomini. A pregare per la sorte di quei tre astronauti. Neil Armstrong, Buzz Aldrin e Michael Collins. Tre padri di famiglia lanciati a velocità folle nello spazio profondo. Con una sola missione da compiere. Mettere piede su quel pallido puntino luminoso che di notte danza sopra le nostre teste. E farlo per davvero.

Certo. Prima di loro, di quei tre cowboy cresciuti a bistecche e sogno americano, in molti c’erano stati lassù. Ma solo con la fantasia. Improvvisamente, quella che per millenni era sembrata una frontiera invalicabile, una chimera, per l’equipaggio dell’Apollo 11 non era più tale. Gonfiando il petto di un’intera nazione, ma in fondo di tutto il genere umano. Consapevole di come “volere la luna” non fosse poi così impossibile. Per la prima volta, finalmente, a portata di mano. A un passo dalla storia.

Era invece il 12 settembre del 1962, appena sette anni prima, quando un giovane presidente di belle speranze che di lì a poco avrebbero assassinato a Dallas annunciò solennemente, davanti a 35.000 persone, l’intenzione di far sì che il primo uomo a camminare sulla Luna fosse un americano. “Abbiamo deciso di andare sulla Luna – disse John Fitzgerald Kennedy davanti a una folla entusiasta e incredula – Abbiamo deciso di andare sulla Luna entro questo decennio e di fare altre cose, non perché siano semplici, ma perché sono difficili, perché questo obiettivo ci permetterà di organizzare e di mettere alla prova il meglio delle nostre energie e capacità, perché questa è una sfida che vogliamo accettare, non abbiamo intenzione di rimandarla e abbiamo intenzione di vincerla, così come le altre”.

Lui, il presidente più amato della storia moderna degli Stati Uniti, nell’estate del 1969 non c’era ad assiste a quel trionfo. A quel piccolo grande passo. A festeggiare, a condividere la pazza gioia di quel momento. Di quel 20 luglio di esattamente cinquant’anni fa, quando con la testa tra le stelle, inebriata di pensieri leggeri, per un attimo, tutto ci sembrò facile. Più semplice. Alimentando la speranza di chi s’era convinto che dopo quell’impresa più nulla sarebbe stato impossibile da realizzare. Come, per esempio, cancellare la fame nel mondo. La povertà e le guerre.

Il sapore di quella conquista fece crescere l’appetito di un’intera generazione pronta a volere altre lune, a rivendicare stavolta i diritti ancora negati di intere fasce della società civile di quegli anni a cavallo tra i Sessanta e i Settanta. Anni formidabili. Di grandi ideali ma anche di rovinose sconfitte, di ferite mai del tutto rimarginatesi ancora lì ad alimentare la disillusione e il nichilismo di chi, a cinquant’anni esatti da quel bel sogno collettivo, si trova oggi a condividere un incubo fatto di venti che seminano odio, in equilibrio sull’orlo di un precipizio che si chiama surriscaldamento globale con tutto il carico di angoscia che questa cosa significa per l’Umanità.

Così, oggi, paradossalmente quell’impresa gigantesca ed epocale sembra essere, al contrario, minuscola e pallida proprio come il nostro satellite più vicino visto dalla Terra. Al punto che c’è chi dubita che sia davvero accaduto. I sondaggi indicano che negli Stati Uniti sono tra il 5 e il 10% gli americani che non credono all’allunaggio. Nel Regno Unito il 12% e in Italia il 20%. In Russia gli scettici convinti che sia stato tutto un bluff salgono addirittura fino al 57%. Cosa che non sorprende più di tanto, considerando la popolarità di cui godono tra i russi le teorie complottistiche volte a screditare l’Occidente.

Perché il complotto vuole che avvenimenti epocali come lo sbarco dell’uomo sulla Luna che si celebra in questi giorni non siano affatto ciò che sembrano. Teorie per lo più bizzarre ma che hanno quantomeno il merito di farci riflettere su di un tempo come il nostro, un’epoca iperconnessa e satura d’informazioni spesso fornite in tempo reale, in cui la realtà stessa può essere costruita ad arte, se non addirittura falsificata. Mistificata. Negata. Come quel miracolo, frutto del progresso umano che almeno per un attimo mezzo secolo fa ubriacò di speranza il mondo.

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