Trump e lo scherzo dell’aquila

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A volte anche tra le aquile si trova un corvo che si nutre di carogne. È un aforisma di Arthur Conan Doyle, il papà di Sherlock Holmes. E pensando proprio alla metafora del corvo che si crede un’aquila, che prova a infilarsi e si spaccia per una di loro, l’esempio di Donald Trump sembra essere perfetto. Lo è soprattutto riferito a un paio d’episodi che proprio con il maestoso pennuto hanno a che fare.

Il primo risale a quattro anni fa quando per un servizio fotografico, per una copertina del settimanale d’approfondimento giornalistico “Time”, Donald si trovò a posare in compagnia dell’aquila calva chiamata “Zio Sam”. Un pennuto a cui il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti non andò particolarmente a genio. La prova fu pubblicata dallo stesso “Time”, durante la campagna elettorale per la presidenza, sulla scia delle dichiarazioni al vetriolo sulla libertà di stampa rilasciate dallo stesso Trump.

Il video mostra il dietro le quinte del servizio fotografico, con il palazzinaro newyorkese impaurito dalle reazioni scomposte e aggressive dell’aquila che cerca di beccare Donald, evitando la sua mano di pochi centimetri. Un siparietto curioso e divertente ripreso e commentato da tutte le televisioni americane a riprova del fatto che molto del consenso elettorale si nutre d’immagini costruite ad arte.

Se Trump posa con un’aquila allora vuol dire che Trump è un’aquila? Certo, simbolicamente l’immagine cercava senza dubbio di suggerire questo. In realtà il regale rapace era infastidito dal panzuto sbruffone tanto quanto lo è una cospicua fetta della popolazione statunitense. E a prendersi beffa di lui, di recente s’è messa di traverso anche un’altra aquila. Il 23 luglio, a Washington, durante un incontro con un gruppo di studenti conservatori.

Il presidente Trump si è trovato a parlare con alle spalle lo stemma americano un pochino rimaneggiato. Un rapace a due teste invece che una, simile a quello russo o albanese con un set di mazze da golf tra le zampe, mentre sullo stemma statunitense stringe delle frecce. A essere cambiata c’era pure la scritta latina che recita “e pluribus unum”, cioè “tra tanti, uno”, che nella versione modificata è diventata, passando dal latino allo spagnolo, “45 es un titere”, cioè “45 (Trump è il 45esimo presidente) è un pupazzo”.

Che Trump sia un tordo più che un’aquila calva lo dimostrano anche questi episodi per certi versi marginali. Episodi dai quali il primo cittadino americano ne esce come un presidente preso per i fondelli, oltre che non all’altezza del suo ruolo. A riprova di come a capo delle istituzioni democratiche sarebbe sempre bene avere uomini e donne capaci di creare consenso e ponti tra le varie anime democratiche che popolano la società, dato che a contrastare gli atteggiamenti da spaccone super macho di certi personaggi bastano un pennuto incazzato o un hacker abile nell’usare come sfondo di un comizio un’immagine costruita ad arte per mettere alla berlina il potere.

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