Un replicante così è per sempre

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L’attore olandese Rutger Hauer è morto lo scorso 19 luglio. La notizia però è di ieri. Ci ha lasciato a settantacinque anni, dopo una breve malattia. “Ho visto cose che voi umani” è un modo di dire ormai abusato che si rifà al film cult di Ridley Scott “Blade runner” uscito nei cinema nel 1982, senza riscuotere all’epoca il benché minimo successo. Non subito almeno. A pronunciare quelle fatidiche parole che oggi fanno parte del nostro immaginario collettivo e ad averle ritagliate su misura su quel suo personaggio era stato proprio lui. Rutger Hauer.

In “Blade runner”, pellicola ispirata al romanzo di fantascienza di Philip K. Dick “Il cacciatore di androidi”, Rutger interpretava un androide. L’antagonista di Harrison Ford e del suo cacciatore di taglie Rick Deckard. E se qualcuno di voi, per caso, si stesse chiedendo come si fa a piangere per la morte di un “lavoro in pelle”, di un essere dalle sembianze umane assemblato in laboratorio, con una vita della durata di massimo quattro anni e ricordi finti impiantati nella propria memoria deve solo dedicare due minuti del suo tempo alla scena che segue.

Il rumore della pioggia e poi, di lì a poco, la musica di Vangelis. S’inchina, nudo come la Tyrell Corporation l’ha fatto. Tra le mani stringe una colomba che farà volare al rallenty solo a tempo debito. Ma a lasciare il segno è anche quello che Roy Batty sta per dire. Lui è il capo dei replicanti ribelli. È un modello Nexus 6. Eppure umano, troppo umano. Con il fuoco della vita che gli arde dentro, nel petto, e una scadenza davvero troppo ingiusta per poter soddisfare la sua brama d’eternità.

“Ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.” Bum. Appena tre righe per entrare nel mito. Nella storia del cinema. Nel cuore di milioni di fan che in questo piccolo gioiellino della fantascienza e in quel futuro distopico in cui correva l’anno 2019 (!), si sono per sempre affezionati a quella creatura, a quel Frankenstein così poco mostro e molto loser. Un perdente, sì. Incapace di governare il proprio destino, come del resto capita a tutti noi.

Qualche anno fa Rutger era arrivato in moto dall’Olanda per fare il giurato al Festival di Locarno. Chi lo aveva conosciuto giura che fosse simpaticissimo. Tra i ruoli che lo avevano visto protagonista sul grande schermo vanno ricordati pure il cavaliere Etienne Navarre nel fantasy “Ladyhawke”, al fianco di una bellissima Michelle Pfeiffer, il vagabondo alcolizzato in “La leggenda del santo bevitore” di Ermanno Olmi a cui era legato da una profonda amicizia e lo psicopatico assassino di “The Hitcher – La lunga strada della paura”. Ma per tutti noi rimarrà soprattutto Roy. Il replicante indifeso e senza risposte di fronte all’abisso, di fronte al senso inafferrabile dell’esistenza al cui capolinea c’è ad attenderci sua maestà, la morte.

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