L’Amazzonia è mia e la gestisco io

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“L’Amazzonia è nostra e ci facciamo quello che vogliamo”. Sono le parole di Jair Bolsonaro, il presidente brasiliano, uno che fa sembrare Trump una mammina del Mulino Bianco.

Questo pensiero è alla base del disastro amazzonico, che in una decina di giorni ha visto sparire centinaia di migliaia di ettari.

Un raddoppio degli incendi rispetto all’anno precedente (ad oggi 72’000, una cifra che fa tremare), dovuto non alla stagione secca o al caso, ma alla mano dell’uomo. Contadini, minatori, speculatori, incendiano volutamente il polmone verde amazzonico, lo fanno per liberare terre da coltivare e per l’allevamento, lo fanno con la connivenza del governo parafascista di Bolsonaro, uno dei peggiori capi di Stato in circolazione oggi (leggi qui). Un uomo sessista, indifferente ai più deboli, alle minoranze, all’ambiente, uno squallido e arrogante speculatore che mira solo al profitto ed è probabilmente colluso con gli omicidi di attivisti per i diritti umani e sindacalisti, come Marielle Franco (leggi qui).

Un nostalgico della passata dittatura, un folle che per favorire le potenti lobbies che lo pistonano è disposto a devastare il suo Paese e togliere al mondo uno dei principali polmoni verdi del pianeta.

L’Amazzonia, caro Bolsonaro, non è vostra e soprattutto non è tua. Siamo tutti sulla stessa nave, sarebbe come se uno cominciasse a dire che la prua è sua, per poi cominciare a demolirla, facendo alla fine affondare tutta la nave. Anche perché gli sforzi non solo nostri, ma anche di India, Cina o dell’Africa (leggi qui), vengono così vanificati dalla solita corsa frenetica al guadagno. E se i Paesi appena citati, stanno facendo notevoli sforzi per il rimboschimento (leggi qui), il Brasile, che detiene in Amazzonia non solo milioni di alberi ma anche il 10% della biodiversità terrestre, si avvia allegramente verso il naufragio.

In questi giorni sono state forti le pressioni popolari mondiali e ambientaliste (ricordiamo che Bolsonaro, nel suo triste cinismo è stato capace di addossare le colpe degli incendi proprio alle ONG ambientaliste). Purtroppo, Bolsonaro, come Trump, è stato eletto dal popolo, un popolo che confonde i muscoli col cervello, con l’idea che più un leader è arrogante e nazionalista, tanto più la vita andrà meglio.

I danni di Bolsonaro e Trump all’ambiente saranno duri da recuperare, la speranza è che chi li sostituirà abbia una sensibilità ambientale opposta. Sennò, ragazzi, cominciamo a munirci di pinne, fucile ed occhiali, la nave affonderà a breve. E non ci sarà più terra in vista

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