All’ospedale ci si può ammalare

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“Una sentenza preoccupante, che rischia di creare false aspettative.” Parole arroganti con le quali l’Ente ospedaliero cantonale (EOC) ha pensato bene di esprimere tutta la propria contrarietà in merito al giudizio e alla condanna per lesioni colpose gravi, legate alla triste vicenda del contagio da epatite C, verificatosi nel dicembre 2013 all’Ospedale Civico di Lugano. Un commento quantomeno fuori luogo di fronte all’avvenuto corso della giustizia. Di fronte a una sentenza, quella pronunciata dal giudice Siro Quadri, che condanna la condotta colposa e risarcisce i quattro pazienti infettati accidentalmente durante i preparativi di una TAC.

Un errore grave per il quale, non essendo riusciti a risalire all’autore, sarà la struttura sanitaria a dover versare un risarcimento, tutto sommato risibile, di appena 60.000 franchi. Di fatto non è stato possibile individuare il responsabile materiale del contagio perché, come si legge nella nota dell’EOC: “nessuna legge sanitaria in Svizzera impone un obbligo di tenere traccia del nome di ogni operatore per ciascun gesto di routine”. Un gesto che si è però rivelato meno banale e di routine di quello che in effetti dovrebbe essere. Visto che la salute rientra fra quelle “cose della vita” che vanno maneggiate con cura. In maniera responsabile. Proprio per evitare l’errore o almeno renderlo un episodio infrequente. Raro.

Eppure a preoccupare i vertici dell’EOC ora sembrano piuttosto le conseguenze del verdetto espresso pochi giorni fa, vissuto come “un punto di svolta preoccupante per l’intero sistema sanitario nazionale”. Il fatto che non si accenni neppure minimamente a un’assunzione di responsabilità ci fa capire come ci si trovi di fronte a una di quelle entità che per loro stessa natura nutrono una certa allergia verso il giudizio esterno. Pronte ad autoassolversi, minimizzano o, peggio, in alcuni sciagurati casi, arrivando addirittura a insabbiare le negligenze commesse. A raccontarcelo è la cronaca. Ed è francamente inquietante pensare che, in ospedale, dove si va per guarire, ci si possa ammalare e morire. Per esempio d’infezione. Così come capita sovente con lo stafilococco aureo.

Ogni anno, in Europa, muoiono 37.000 pazienti a causa di un’infezione ospedaliera. Solo gli incidenti stradali fanno altrettante vittime. Nel 70% dei casi, tali infezioni non sono evitabili e sono strettamente legate allo stato debilitato in cui versa il paziente, un indebolimento che risulta essere fatale. Ma nel restante 30% dei casi? Una mano non lavata? Un catetere non sterile? Un lenzuolo contaminato? Tutti episodi in cui, con negligenza, ci si discosta dal rispetto ferreo del protocollo di disinfezione. Una negligenza che in un ospedale può risultare fatale.

Con la recente sentenza s’introduce l’idea di una responsabilità che, nel caso in cui non sia possibile risalire all’autore dell’ atto punibile per legge, chiama in causa e sanziona la struttura sanitaria in cui si è accertato che si sia verificato l’errore. Un modo per rendere attento l’intero sistema delle responsabilità dei singoli operatori sanitari e di come sia necessario fare in modo che anche le operazioni di routine avvengano tutelando sempre la salute del paziente. Certo, la probabilità di un errore non è comunque esclusa, ma almeno si sarà fatto tutto il possibile per ridurlo davvero al minimo.

“L’ospedale, per sua vocazione dedito alla cura dei pazienti e al miglioramento continuo della qualità e della sicurezza delle cure, non può e non deve trasformarsi in un ausiliario della magistratura”, si legge nel comunicato stampa dell’EOC. Proprio così, a guidare l’esercizio del personale di cura non dovrebbe essere la caccia alle streghe o al presunto colpevole, casomai la ferrea osservanza dei protocolli e l’implementazione della sicurezza. Nella consapevolezza che si stia facendo gioco di squadra, mettendo sullo stesso piano e dando la stessa importanza e diritti al paziente, al personale di cura, così come alla struttura sanitaria responsabile che, tra i primi due, sia stato fatto tutto il possibile perché spiacevoli episodi come quello avvenuto nel 2013 al Civico di Lugano non si abbiano più a ripetere in futuro.

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