Andrea aveva…

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Andrea aveva 28 anni, i capelli tinti male, le unghie (quelle di una mano sola che l’altra non ce l’aveva) sporche e nere di fumo e di smog.
Andrea portava due strani codini sulla testa e camminava un po’ insaccata in dei jeans stropicciati quanto lei. Andrea zoppicava tra i binari della stazione Termini “su casa”. Andrea veniva dal caldo della Colombia e anche in luglio portava un maglione. Portava dei braccialetti colorati portafortuna.

Ne portava anche uno con dei santini: di fortuna aveva un gran bisogno. Non ne aveva avuta, mai. Era nata uomo, ma era donna. La natura a volte sbaglia e allora si prova a correggerla, come si può, alla meno peggio.
Andrea aveva denti perfettamente ordinati, bianchi sui quali il sole si rifletteva per abbagliare, chissà magari confondere, chi la avvicinava. La pelle era scura, come i suoi occhi larghi e sottili. Era una contraddizione, Andrea, per via di quegli occhi larghi che riuscivano anche ad essere sottili. Era una di quelle contraddizioni che fanno un po’ paura e molto schifo, una di quelle che non si vogliono guardare, che a incontrarle ti giri dall’altra parte perché la vita non si sa mai come può andare e la strada è casa per tutti quelli a cui la vita ha girato la schiena. Andrea era una donna nata uomo cresciuta femmina e morta ragazza.

Andrea voleva incontrare un ragazzo che la portasse via, che facesse di lei una principessa senza palazzi e gioielli, solo con un tetto e un letto per due. Andrea aveva piedi grandi, infilati in delle scarpe che assomigliavano a Converse, con cui provava a camminare zigzagando tra valige e sale d’attesa.
Non camminava bene, una volta, uno più perso di lei l’aveva mezza ammazzata di botte, l’aveva mandata in coma e quando si era risvegliata era anche contenta di avere riaperto gli occhi su questo mondo che non la voleva ma che lei provava a conquistare. Si era buttata giù dal letto dell’ospedale (un letto finalmente) e aveva scoperto che camminare non era più una roba facile. Già che aveva una mano di meno, ora aveva pure una gamba a mezzo servizio.

Aveva voglia Andrea a ricoprirsi il polso di braccialetti coi santini. Era nata sfigata e non c’era, tra quei santi belli, uno abbastanza potente da proteggerla dalla sfiga. Ma lei zoppicava nella sua vita, raccattava mozziconi di sigarette, qualche volta anche sigarette quasi intere che in stazione non si può fumare e allora quelli che non sono nati sfigati e possono comperarsi un pacchetto di Marlboro quando vogliono, le buttano via dopo un paio di tiri.
Lei si piegava, le tirava su e se le fumava. Tra lei e quei resti di tabacco c’era poca differenza: erano comunque scarti della fortuna, dei fortunati. E’ finita come un mozzicone Andrea, schiacciata da un uomo che lunedì sera l’ha ammazzata a bastonate sul binario 10.
Lasciata lì e ritrovata, con calma ore dopo. Nessuno la cercava, come nessuno cerca una sigaretta spenta e buttata da qualche parte, sotto i piedi.
Nessuno la vuole raccontare la storia di Andrea che era la donna nata uomo e morta ragazza. Nessuno racconta la storia di un mozzicone dimenticato, tranne una fumatrice accanita come me

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