Apprendisti e la piaga delle molestie

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In Svizzera un giovane su tre subisce, sul proprio posto di lavoro, molestie, mobbing ma deve anche fare i conti con lo stress lavorativo e talvolta perfino con allusioni a sfondo sessuale. Tutto ciò in un momento delicato per lui, dove non sa se la strada intrapresa sia quella giusta, mentre mille domande senza risposta gli balenano nella mente e la confusione regna assieme alla consapevolezza di dover fare i conti con un futuro incerto.

Ma chi sono le persone che si arrogano la libertà di segnare indelebilmente la vita di coloro che dovrebbero formare, abusando della loro autorità? Sono persone con una solida posizione lavorativa, maestri nel loro mestiere, gente rispettabile che però approfitta del proprio potere con quelle fasce più deboli che dipendono in qualche modo da loro.

Secondo una statistica condotta dalla sezione giovanile del sindacato UNIA, il 33% degli intervistati ha subito forme di molestia sessuale sul posto di lavoro, che comprendono diversi tipi di soprusi e violazioni dell’integrità personale. Le allusioni a sfondo sessuale e le osservazioni sprezzanti sono le forme più diffuse, ma solo il 16% degli intervistati dichiara di aver subito unicamente quelle. Vanno poi aggiunti i contatti fisici inopportuni, il mobbing nel 31% dei casi, lo stress nel 70% e per il 63% sono costretti al lavoro straordinario non dovuto. Inoltre il 46% degli intervistati prova un senso di inadeguatezza a causa delle eccessive sollecitazioni.

Se poi ci si apre alla scuola e alla vita privata, le molestie diventano un problema di ordine sociale. La quota riscontrata nel sondaggio è ancora più elevata a scuola (34%) e soprattutto nella vita privata (56%). In quest’ultimo ambito le donne, 80%, sono più esposte rispetto agli uomini 48%.

L’apprendista trova chi se ne approfitta, chi lo ferisce a ogni occasione, chi, con la scusa del troppo lavoro, lo impiega al posto dell’operaio, chi con il pretesto di controllare il suo operato lo pone in situazioni di estremo imbarazzo, redarguendolo e schernendolo davanti a tutti, chi gli si struscia contro perché il corridoio è troppo stretto o gli mostra come utilizzare l’attrezzo, e gli scappa la mano.

In apparenza una goliardata, nulla di grave, un gesto patetico e ridicolo, ma anche insidioso e devastante. Uno studio dell’università di Zurigo pubblicato su Lancet Psychiatry, rivela che un suicidio su cinque è legato allo stress e all’ansia lavorativa, alla disoccupazione e all’impossibilità di avere un progetto di vita, fattori che giocano un ruolo fondamentale nelle crisi esistenziali dei giovani. La regione insubrica, Ticino compreso, è una delle regioni d’Europa con il tasso di suicidio giovanile più elevato.

A volte il datore di lavoro usa il suo potere per fargli capire che è nelle sue mani e con quelle mani può fare di tutto. E l’allievo dipende da lui, necessita di un posto di tirocinio, ha bisogno di lui per le valutazioni, per gli esami, per il diploma, per tutto quello che riguarda il suo futuro professionale. Ha bisogno, com’è giusto che sia. È lecito alla loro età avere delle incertezze, dei dubbi e necessitare aiuto e sostegno.

Difficile chiudere il subdolo cerchio dei soprusi e delle violenze e debellarne il tarlo, ma se qualcosa potrà cambiare, avverrà solo parlandone, denunciando e rendendo pubblici gli abusi. Senza incertezze e senza paura. Sempre. E noi dovremmo sostenerli, ascoltandoli e non minimizzando. Mai. Perché si gioca con quel che sarà la loro vita e il nostro futuro. Perché ci siamo dentro tutti.

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