Da Vespa a Vespa

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C’era un’immagine, un meme piuttosto divertente, che circolava nei giorni in cui in Italia si è iniziato a parlare di strappo e poi di rottura fra Movimento Cinquestelle e Lega. In pratica, mentre tutti quanti a Ferragosto come formiche erano incolonnati sull’autostrada per recarsi al mare, l’unico sulla corsia opposta pronto a tornare dalle vacanze e ad ammorbare il pubblico televisivo della vicina penisola con i suoi speciali sulla crisi di governo era il buon Enrico Mentana, uno dei tanti Biscardi del giornalismo televisivo italiano. Impaziente di tornare in plancia di comando per allestire l’ennesima diretta fiume e moderare gli ospiti, i loro commenti politici con quel suo humour da stand-up comedian. Di nuovo nel vortice del toto-successori-del-premier-Giuseppe-Conte e del toto-nuovo-governo.

Perché, da sempre, quando l’Italia va a rotoli c’è qualcuno che si diverte un mondo a raccontarla, a tesserne l’epica. Vivisezionandone ogni aspetto, rivedendo ogni azione e dichiarazione, analizzando ogni virgola da differenti angolazioni. Finanche alla moviola. Andando ben oltre quella che è la semplice cronaca minuto per minuto. Imbottendo la testa degli spettatori di scenari grazie ai quali al netto delle varie tesi è possibile ipotizzare tutto e il contrario di tutto. Magia della dialettica fusa all’antica arte del cazzeggio.

Ma, del resto, Enrico Mentana e solo uno degli ultimi e neppure tra i peggiori rappresentati di Sua Maestà la tivù. Perché a svettare su tutti, a dare da decenni distacchi chilometrici ai colleghi, perfino all’Emilio Fede dei momenti migliori, c’è da sempre lui: Bruno Vespa. Lo stregone che da tempo immemore tiene le fila di qualsiasi cosa accada sul palco o dietro le quinte del teatrino politico italico. Sì, l’highlander del piccolo schermo. L’uomo scoop da almeno cinquant’anni a questa parte.

A partire dall’arresto avvenuto nel 1969 dell’anarchico Pietro Valpreda, in seguito assolto al termine del processo per la strage di piazza Fontana, fino al delitto di Cogne. Passando, nel 1980, per la diretta non-stop dalla Stazione ferroviaria di Bologna in occasione della strage che fece 89 morti e centinaia di feriti. Un capolavoro senza pari del Vespa-giornalismo, con il nostro eroe a poche ore dal botto già collegato e a pochi passi dalle macerie, dai cadaveri e dai feriti causati dall’esplosione di quella bomba al plastico.

Plastico che tornerà anni dopo a “Porta a porta” come elemento scenografico imprescindibile per poter narrare adeguatamente i fatti di cronaca. Dalla villetta in cui una madre ucciderà suo figlio fino al ponte Morandi in miniatura necessario per simularne il crollo. Un marchio di fabbrica di colui per il quale, se fate una ricerca in Google, la prima parola suggerita e correlata è Mussolini, per via di una leggenda metropolitana che lo vorrebbe come uno dei figli illegittimi del Duce.

Eppure se c’è qualcuno che in concomitanza di quest’ultima crisi politica non s’è visto in tivù è proprio Bruno Vespa, l’originale (del quale peraltro girano anche un paio di imitazioni, di copie contraffatte).

Che non ha però perso l’occasione per dire la sua dalle colonne del quotidiano “Il Giorno”, prendendo le difese nientemeno che di Salvini. Da figlio del Duce a novello Duce. Dando all’ex Presidente del Consiglio Conte dell’incoerente, dato che se c’era qualcuno che lo aveva appoggiato sul TAV era stato proprio Matteo Salvini. “Il rifiuto delle dimissioni da parte di Conte, la sua richiesta di una sfiducia parlamentare per opera della Lega e la durezza delle sue parole contro Salvini confermano che il suo avversario politico non è il partito che ne ha bocciato la posizione sul Tav (Costa più non completarla, dichiarò il premier Conte), ma quello che l’ha promossa. Paradossi ai quali ormai siamo abituati”. Così scrisse l’immortale Bruno Vespa.

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