Di occupazione, sottooccupazione e illusioni

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Salvo errore mi sembra che nemmeno un politico di spicco abbia commentato i dati emersi dall’indagine (Rifos) sulla (dis)occupazione parziale. A livello nazionale 356mila persone dichiarano che vorrebbero lavorare di più, cioè incrementare la loro percentuale di occupazione. In Ticino questa situazione riguarda tre lavoratori su 10 o, detto altrimenti, 17mila lavoratori (il 30% in più rispetto al 2010).

Il problema è conosciuto da anni ma finora è stato “nascosto” dal sistema ufficiale di rilevamento della disoccupazione. Infatti, la Seco rileva solamente le persone iscritte agli uffici di collocamento, adottando una metodologia molto diversa dal resto dell’Europa, sfalsando così il confronto internazionale. L’istituto europeo di statistica (Eurostat) adotta una metodologia che considera anche le persone occupate parzialmente o che vorrebbero aumentare il loro tempo di lavoro, come fatto nella rilevazione del Rifos. Il confronto evidenzia quindi che il tasso di disoccupazione svizzero (7,3%) non è poi tanto distante dalla media europea (7,5% nell’area euro). Senza dimenticare che il tasso ticinese è ben superiore a quello nazionale (oltre il 10%)

I motivi di questa situazione non sono di facile lettura. Alla base c’è sicuramente la debolezza della struttura economica cantonale, come più volte evidenziato da diverse analisi, nonostante i continui proclami sulla sua presunta competitività, che esiste ma confinata in determinati settori e certamente non generalizzata. La realtà diffusa è che la nostra economia continua ad essere “a rimorchio”, in primo luogo dei lavoratori frontalieri che garantiscono una crescita del Pil ma non del reddito cantonale. Il nostro tessuto economico è fondamentalmente centrato su attività a basso valore aggiunto (turismo, agricoltura, commercio al dettaglio) e medio (artigianato, edilizia, ..) che non permettono di generare posti di lavoro competitivi e, soprattutto, in grado di garantire impieghi remunerati adeguatamente.

Una buona parte di colpa per questa situazione è dovuta a una pluridecennale mancanza di una politica industriale. Su questo tema ho già scritto a più riprese (vedi Un’economia in mezzo al guado) e quindi non vale la pena ritornarci. Riprendo solo un esempio concreto, quello della filiera bosco- legno. L’esame di questo settore (2011) ha evidenziato come sarebbe necessario riorganizzare l’interno settore allo scopo di incrementare il valore aggiunto del settore (il più basso della Svizzera) ma poco o nulla è stato fatto, per motivi diversi, ma sostanzialmente perché la cultura imprenditoriale (in senso lato) è assente e quindi, tanto per fare un esempio, si continua a portare agli esboschi a valle con l’elicottero o a installare impianti di teleriscaldamento a legna, nelle periferie (eccezione Losone) invece che nei centri densamente popolati.

A catena, la mancanza di una concreta politica industriale ha permesso lo sviluppo di un tessuto produttivo eterogeneo, che ha potuto sopravvivere grazie all’esercito di frontalieri che garantiscono costi di produzione bassi e, spesso, elevati profitti. Il che ha evidentemente delle ricadute anche sul reddito degli indigeni.

Tutto questo cosa c’entra con la disoccupazione, l’occupazione parziale e altre forme di precariato? Chiaramente non è l’unica causa, ma sicuramente un mercato del lavoro a basso valore aggiunto e sotto pressione non favorisce l’inserimento occupazionale secondo i desideri dei lavoratori. Tanto per chiarire: se sono un cameriere, un cuoco, un venditore (maschile e femminile) devo accettare quanto passa il convento, anche se vorrei qualche cosa di più. Se ci fosse una vera politica di sviluppo turistico (che rientra nella politica industriale), forse potrei ambire a salari più elevati e più stabili. Problemi che invece non ha un ingegnere, un biochimico o un medico (tanto per fare degli esempi).

Insomma, siamo sempre ai piedi della scala, nonostante i proclami (anche questi pluridecennali) di un Ticino innovativo, con il pericolo reale di un futuro ancora più precario perché lo sviluppo economico, e quindi i redditi e la qualità del lavoro, non migliorano con la competizione fiscale, tagli alle spese, all’istruzione e via dicendo.

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