Gimondi, il campione di un intero Paese

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Gimondi è il campione di un intero Paese, più di Coppi e Bartali: un Paese formalmente diviso fra i campi di Don Camillo e Peppone, ma in realtà unito da un impegno sentito da tutti, la rinascita delle macerie di ogni tipo generate dalla guerra e dalla guerra civile fra partigiani e repubblichini. E sotterraneo, ma non troppo, scorre un fiume formato da due affluenti che lo fanno grande, perché DC e PCI a livello popolare hanno un’etica non molto diversa, ma, al di là delle discussioni che può suscitare il discorso sulle due anime, hanno un’etica certa, un’etica esiste.

Quella di Gimondi, bergamasco della Val Brembana, è DC che più non si può, già a partire dal contesto: narra Gianni Mura, amico di famiglia, che la mamma, postina, ha chiesto il permesso al parroco per distribuire la posta in bicicletta: la gonna svolazzante poteva indurre i parrocchiani a sguardi lascivi e a cattivi pensieri. È l’Italia di un direttore RAI che si fa frate trappista, ma prima invita i giornalisti a evitare il termine “membro”: membro del Parlamento può essere confuso con membro virile.

Ma le virtù incarnate da Gimondi nei suoi epici duelli con un campione che rappresenta per certi versi il suo opposto, Eddy Merckx non sono molto diverse dalle virtù del puritano PC che obbliga Togliatti a nascondere la sua relazione con Nilde Iotti. Gimondi è disciplinato, non accampa scuse, non si è mai visto con un’altra donna che non fosse la sua amatissima moglie, è un capitano abbastanza esigente con i gregari, ma divide il cibo e l’alloggio con loro (leggi Luciano Pezzi), e i giornalisti, comunque diversi dai numerosi odierni pataccari, cercano invano di attribuirgli una veste da star, una veste non sua: non resta che celebrare l’uomo per quello che è, tutto d’un pezzo.

Mai una parola di malanimo, una scusa marcia: Merckx lo batte molte volte? Perché è andato più forte, e io devo lavorare di più, devo migliorare per essere al suo livello: contro ogni previsione ce la fa, al Mondiale 1973 a Barcellona, quando batte tutti, Merckx compreso, in volata. Nel 1965 va al Giro di Francia per aiutare il suo capitano Adorni dopo un terzo posto al Giro vinto dallo stesso Adorni: ha 23 anni, ha già vinto il “Tour de l’Avenir”. La Salvarani, diretta dal partigiano Luciano Pezzi, gli dice che deve lavorare molto per il suo capitano la prima settimana, poi, se vuole, può venire a casa. Ma Gimondi, dopo aver conquistato la maglia gialla non se la toglie più sino a Parigi . I francesi hanno dei forti pregiudizi nei confronti degli italiani che li hanno aggrediti alle spalle “per mettere sul piatto delle potenze 2000 morti” (Mussolini dixit); ma non si può non amare un ragazzo del genere, così grande sui pedali, così schietto e umile.

Gimondi fa il miracolo, cambia la percezione sui “macaronì” del francese medio; l’Italia di un uomo del genere merita rispetto, anzi, ammirazione. Gimondi aveva del talento, ma è stato il carattere a farlo grande. Per dedicarsi alla bicicletta aveva chiesto (allora si usava così…) il permesso ai genitori, permesso ottenuto a 22 anni: prima aveva aiutato la mamma a distribuire la posta. “Se non ce la fai, aiuterai il papà (piccolo impresario di una ditta di trasporti) a caricare e a scaricare ghiaia”, gli aveva detto fra una pedalata e l’altra la mamma.

Gimondi era figlio di una cultura che stimava soprattutto il lavoro e il grande lavoratore; spaccare sassi, dissodare i campi, tagliare i boschi, portare sacchi di cemento da 50 kg, portare i propri chili sul Tourmalet e l’Izoard a colpi di pedale logorando il cuore e i tendini – che differenza c’era? Pedali e usura di cuore e tendini – che differenza c’era?

Nessuna, ecco spiegata la feroce resistenza, la mitica capacità di sopportare la fatica di Gimondi, e il suo dogma “si deve dare il massimo anche quando si sa che l’avversario è imbattibile”. Il pedale era un (duro) lavoro, un mezzo per vivere e sopravvivere, come quelli dei suoi compaesani in altri campi.

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