La fottutissima zingaraccia

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“Per i giornalisti il problema non è la fottutissima zingara, ma sono io. Raderemo al suolo la casa di questa zingaraccia.”

Queste le parole del ministro dell’Interno Salvini, dal palco della Lega ad Arcore. Matteo Salvini è vicepresidente del Consiglio italiano. Ai miei amici dell’UDC, della Lega, dei liberali e dei PPD, perché ci sono e ne ho, chiedo: è tollerabile che un membro del governo con un’alta carica, paragonabile a Ignazio Cassis o a Marina Carobbio (per tirare in ballo solo i ticinesi) si rivolga a una platea con questi termini?

Non tanto per la zingara, che è stata presa di mira da Salvini in seguito a una minaccia di morte al microfono, ma quanto per il ruolo che ricopre una persona come Salvini e che rappresenta lo Stato.

Mi spiego.

Se una persona minaccia un ministro ci sta una reazione, e ci mancherebbe. Manuele Bertoli, minacciato di morte da un internauta anni fa, sporse denuncia. Alla fine il personaggio per quanto ne sappiamo porse le sue scuse e la cosa finì lì. Norman Gobbi, minacciato di morte su un manifesto a inizio anno, ci rise sopra con un post su Facebook. (leggi qui https://gas.social/2019/03/bertoli-risponde-allindignazione-di-gobbi/).

Di minacce ne sanno qualcosa anche Fiorenzo Dadò, Natalia Ferrara e molti altri personaggi politici nostrani. Personaggi che non hanno alte cariche istituzionali ma che non per questo minacciano ritorsioni in stile squadrista come il ministro italiano. Un ministro che quando parla, sa benissimo cosa dice, lo pesa, lo ripesa, lo sottopone alla decina di suoi tirapiedi della comunicazione (pagati dai contribuenti) e poi lo sforna ai suoi seguaci.

Salvini non estrae dal cappello cose improvvisate, ma ragionati grumi di pensiero che alla fine portano a una sola conclusione, l’odio verso chi non è (presumibilmente) come lui o i suoi sostenitori. Con tutta l’antipatia politica che ho per Cassis, ritengo impensabile, e ne vado fiero, che un ministro svizzero e ticinese si permetterebbe mai frasi di questo genere, perché è conscio del suo ruolo, consapevole del fatto che rappresenta la Svizzera e gli svizzeri e non una torma di ubriachi da osteria.

Quella che oggi è la zingaraccia, domani è il negraccio, poi il culattone e via così, avviandoci senza nemmeno accorgerci verso la china che porta alla disperazione e al totalitarismo. Ho tirato in ballo i nostri partiti, escludendo quelli per cui la tolleranza è parte del programma, perché penso ancora che in Svizzera ci sia un minimo di controllo, dovuto alla cultura che osmoticamente ci giunge da oltre Gottardo. Una cultura della tolleranza, del multiculturalismo, del multilinguismo e, soprattutto, del riserbo e della gentilezza tipicamente svizzeri. Noi siamo sempre stati solidali anche con persone non affini a noi come Gobbi, Sacchi o Pantani quando vennero insultati o minacciati.

Il Ticino e la Svizzera non sono ancora per fortuna ridotti come la vicina Italia, e parlo dell’immenso degrado civile e politico a cui stiamo assistendo. L’Italia è un Paese ormai dove essere di colore o rom e andare in giro per strada è pericoloso come nell’Alabama degli anni ’50. Da noi, nonostante certi segnali e le orde di babbuini che spesso imperversano sui social, il Paese non è ancora ridotto così. Non tanto per merito, ma più per cultura della discrezione. Italia e Svizzera condividono valori meravigliosi, di libertà, tolleranza e anche bontà, si, quel buonismo che è cosi poco di moda e che è diventato quasi un insulto. Sforziamoci di farli rifiorire, perché non è sulla cattiveria e sull’odio che si costruiscono le nazioni e il futuro, perché l’odio è come una mina, colpisce chi pensiamo di odiare ma le schegge arrivano anche a noi.

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