L’America al tempo di Woodstock

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Erano le nove del mattino di un lunedì di esattamente cinquant’anni fa quando Jimi Hendrix salì sul palco di Woodstock e di fronte a coloro che erano rimasti lì fino alla fine, a metà concerto, regalò ai presenti e ai posteri una versione dell’inno americano che sarebbe entrato nella leggenda. Una versione distorta e pacifista di “The Star-Spangled Banner” che usava il feedback della chitarra per simulare il suono delle bombe che a migliaia di chilometri di distanza stavano facendo strage di innocenti. Una chiara protesta contro la guerra in Vietnam.

Il concerto di Hendrix fu l’atto conclusivo di un piccolo miracolo che sull’arco di tre giorni e mezzo calamitò in una fattoria dello Stato di New York quasi mezzo milione di giovani, di donne e di uomini pronti a celebrare un rito collettivo, onorando al meglio quei “tre giorni di pace e musica rock”, alimentando il mito di una generazione imbevuta della cultura hippie e del suo spirito libertario. Ci furono droga, sesso e rock and roll. Una libertà pagata a caro prezzo, in un’America in cui i capelloni, da buona parte della ricca società bianca, erano visti come fumo negli occhi. Woodstock fu il culmine della “Summer of love”, un evento che fin dalle prime battute sfuggì di mano agli organizzatori e che avrebbe potuto degenerare nel caos o in chissà quali altri disastri.

E invece poco o nulla. Si registrarono solo due morti e, pare, due nascite. A morire furono un ragazzo, a causa di un’overdose d’eroina, e un altro che venne travolto da un trattore mentre dormiva in un campo tra il fango e l’immondizia nel suo sacco a pelo. Come detto fu Jimi a officiare l’atto conclusivo del festival, ma prima di lui si esibì e sfilò il meglio del rock degli anni Sessanta. I Creedence Clearwater Revival, i primi che accettarono l’ingaggio, i Canned Heat e i Grateful Dead. Joe Cocker, Santana, Janis Joplin e Sly and the Family Stone. I Jefferson Airplane e gli Who. E moltissimi altri insieme a loro.

Curioso, poi, è il fatto che questo sabato se ne sia andato un altro mito di quell’infuocato 1969. È scomparso all’età di 79 anni, per le complicazioni di un cancro ai polmoni, Peter Fonda. L’indimenticabile “Captain America”, interprete insieme a Dennis Hopper e Jack Nicholson di “Easy Rider”. Il road movie per eccellenza, il manifesto di un’intera generazione e di quell’America lì. Di una generazione che si diede appuntamento a Woodstock. “In onore di Peter, per favore brindate alla libertà”, hanno aggiunto i familiari dell’attore dando la notizia della sua morte. Peter che rimarrà per sempre lo smilzo con gli occhiali da sole che sfreccia libero come il vento su di una moto con la bandiera americana dipinta sul serbatoio. O almeno continuerà a farlo finché un brutto ceffo non deciderà di sparagli, facendolo saltare per aria. Perché anche la libertà ha un prezzo.

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