L’ultima (tardiva) fiammata di Conte

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A metà fra la sceneggiata napoletana e una telenovela messicana, nell’aula del Senato italiano a Palazzo Madama la crisi del governo Conte ha visto consumarsi il suo probabilmente logico epilogo con le dimissioni del Presidente del Consiglio.

L’aula che fu di uomini della caratura politica di Pietro Nenni, Luciano Lama, Giovanni Spadolini, per citarne solo alcuni, si è trasformata in un pomeriggio in un salotto (in)degno dei talk show più infimi, roba da far sembrare Barbara D’Urso una star. Da una parte, Giuseppe Conte nella parte della moglie che scopre la tresca combinata dal marito con la sua migliore amica sotto il suo naso, dall’altra Matteo Salvini a recitare il ruolo del maschio forte sbruffone e impenitente. L’uno, il (fu) Presidente del Consiglio, che rompe il galateo istituzionale dando del tu al suo mai troppo amato vice e rinfacciandogli anche i cuscini scorreggioni sotto la sedia alle scuole medie, l’altro, il peggior ministro degli Interni che la storia repubblicana ricordi, a dare l’ennesima dimostrazione di spacconeria probabilmente convinto di trovarsi al bar (sarà l’abitudine) anzichè in una sede istituzionale.

In mezzo un Nulla morale e politico inquietante più di quello de “La Storia Infinita”, con un Senato spettatore di quello che è sembrato più un litigio fra lavandaie del Sud Italia che un dibattito istituzionale: smorfie e frecciatine da reality show, baci al Rosario da Messa delle 19.00 di paese, tifo da stadio e sbruffonate da fiera del bestiame texana.

È vero che a Conte va dato il merito di aver affrontato l’ormai avversario con un piglio inedito  per un Presidente del Consiglio, con toni pacati ma fermi, snocciolandone una ad una le malefatte, ma un’esclamazione sorge spontanea: Buongiorno, Principessa!

Già, perché al buon Avvocato del Popolo italiano, e ai suoi sostenitori a 5Stelle, svegli anche loro, sono occorsi 14 mesi per rendersi conto di che razza di farabutto si fossero messi in casa: un farabutto che non hanno esitato a salvare da un processo per sequestro di migranti, nè a compiacere approvando atrocità giuridiche come il Decreto Sicurezza e la legge sulla legittima difesa, rivendicando anche la bontà di questa azione di governo. Agosto, amore mio non ti conosco, insomma: ho visto Ponzi Pilato con più dignità.

Conte ha fatto fuoco e fiamme in aula: ma dov’era, Conte, quand’è che stava ” promuovendo e coordinando l’attività dei ministri ” (art. 95 Cost.) quando Salvini, come da egli stesso dichiarato, interferiva nelle attività degli altri ministeri? Da che parte stava, Conte, quando appoggiava il suo vice assumendosi la corresponsabilità di lasciare decine di persone in mezzo al mare? Dov’era quando Salvini metteva alla gogna chiunque osasse opporsi alla sua politica dell’odio, da Camilleri alla Murgia a, ultima, Luciana Littizzetto?

Salvini, è vero, è con tutta probabilità messo al momento fuori gioco da una crisi da lui stesso creata: ma può bastare questo per cantare vittoria, e trasformare Conte in un eroe romantico, soprattutto a sinistra? Siamo davvero ridotti al punto che nel nome dell’antisalvinismo, come fu dell’antiberlusconismo, ci si fa andare bene tutto, persino un ritorno in sella di un Renzi (pur incisivo, è bene dirlo, nel suo intervento)? È questo, in soldoni, il grande dramma della sinistra italiana: 25 anni di Berlusconi prima, Salvini dopo, hanno abortito la costruzione di un discorso concretamente di sinistra sui temi sociali, lavoro in primis, ma anche ambiente, sicurezza, integrazione, che fosse una vera piattaforma alternativa dal punto di vista politico e ideale, il tutto in nome della pura e semplice contrapposizione manichea. Dall’essere una Sinistra ci si è ridotti a diventare semplicemente una non-destra, in un dibattito politico polarizzato sulle personalità più che sui valori, degradato a tifo da stadio, svuotato dei contenuti. Un noi contro loro, e nulla più.

Ed è questa, in fondo e al di là dell’epilogo, la grande vittoria di Salvini: aver costretto la Sinistra a giocare in difesa, inchiodandola a parlare solo di immigrazione (arrivando a volte a difendere l’indifendibile), obbligandola a rincorrerlo su ogni tweet delirante, a dover continuamente parare ogni tiro senza mai avere il coraggio e lo spazio di scattare in contropiede e attaccare, fino al paradosso di cercare il consenso mettendo in atto politiche su immigrazione e sicurezza che ammiccano a destra con Minniti (chissà perché, il ministro più apprezzato dall’altra sponda..). E ieri, tutto questo si è materializzato, in un Salvini che, nella sbornia di onnipotenza, urlava “Volevate il nemico? Eccomi, sono qui”, al culmine della sceneggiata napoletana: aspettavamo solo che Conte, offeso  e ferito, gli urlasse “Addenócchiate…e vásame sti mmane!”. Si, c’è decisamente poco da festeggiare.

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