L’ultimo ululato della Iena

Questo sarebbe piaciuto a Nadia Toffa, delle Iene, personaggio di punta di una trasmissione televisiva che del giornalismo d’assalto ha fatto la sua vita. Un digrignare di denti, l’ultimo azzannare alla caviglia del farabutto di turno, l’ultimo guaito. Addio Nadia, iena bastarda.

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Nadia Toffa è morta, la diva delle Iene, la anchor woman dei Men in Black, una delle colonne portanti del programma che imperversa ormai da decenni sulle reti Mediaset è stata rapita da un cancro.

A quarant’anni cosa si può dire di qualcuno che nonostante la sua lotta interiore ha dovuto cedere alla malattia? Sono migliaia, le persone che ogni anno muoiono per un tumore. Bambini, ragazzi, madri e padri, anziani e persone nel fiore degli anni. Nessuno di loro ha avuto i riflettori puntati come Nadia Toffa.

Io stesso sono andato poco tempo fa al funerale di un coetaneo, un amico di gioventù, con cui sono cresciuto e ho combattuto le prime battaglie, vissuto i primi amori. Andrea, uno cazzuto, un sindacalista, uno che non facevi tacere manco se cercavi di accopparlo.

Gente che muore, gente che lascia buchi nell’amore dei familiari e degli amici. Lasciano figli, compagni, parenti. Molti di loro sono soli come cani, e hanno solo la compagnia di un’occasionale tassista di buon cuore (leggi qui).

Toffa poteva piacere o no, era una donna vivace e greve, di certo non era una che mettevi via facilmente. Nadia ha fatto una scelta che non giudico, perché posso anche ammirarne i contorni. Quella di mettere tutti di fronte alla sua malattia. Quella di non ritirarsi ma di sbattere in faccia a tutti il suo calvario. Ci sta, se sei donna o uomo di comunicazione lo puoi fare. Accetti fino alla fine di essere un personaggio pubblico e un narratore. Nadia ci ha narrato la sua malattia e la sua agonia.

L’ultima volta che l’ho vista in video ho riconosciuto i gesti e la lentezza di mia madre, il controllo limitato dei nervi e della gestualità, mani che compivano florilegi non completi, a volte scoordinati, risate anticipate o ritardate di pochi secondi, indici della malattia che la stava mangiando viva. Quello è stato il suo testamento, poteva piacere o no Nadia Toffa, ma ha saputo affrontare la morte, come Brancaleone nel film di Monicelli, (guarda qui) quando il guerriero, pur sapendo che chi ha di fronte è invincibile, combatte lo stesso, perché l’ultimo alito di vita gridato è il canto del cigno, è alito di presenza, è immensa vita.

Ecco perché non parlo delle polemiche che sono nate intorno a Nadia Toffa, ai suoi followers, alle critiche e ai commenti. Parlo di una persona che non si arrende e che rispetto nel suo ultimo grido. Una persona che non è indifferente a se stessa ma protagonista fino alla fine. Un omaggio mio va a lei, al mio amico Andrea, a mia madre e a tutti quelli che hanno combattuto e combattono come leoni contro la morte.

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