Nessuno in terra straniera o straniero in terra di nessuno?

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Durante il nostro incedere quotidiano, ci siamo mai messi nei panni di una persona catapultata in terra straniera? Abbiamo mai pensato alle loro angosce, alla sofferenza che si portano appresso, come unico bagaglio? Non parlo di noi che giochiamo a fare i cretini sull’Isola dei Famosi, o dei Peter Pan, eterni bambini che se la spassano sull’Isola che non c’è. Parlo di loro, degli stranieri.

No, non l’abbiamo mai fatto, perché se lo avessimo fatto, forse ora avremmo un vago sentore di quello che prova un migrante.

Nata da madre svizzera migrata in America e da padre italiano migrato in Svizzera, da subito per loro si sono delineate le prime avvisaglie di quello che si sarebbe prospettato essere un cammino tortuoso. ”Che vergogna! Lo fa solo per interesse, il badin…”. E così i miei genitori furono costretti a migrare per il giorno del sì, poiché sposarsi su un’isoletta sperduta con un frate e due testimoni, era l’unica via d’uscita per sfuggire alle ire funeste di vicini e parenti.

Come tanti altri bambini, nati da coppie miste, fui catalogata come “meticcia” e a scuola aleggiava uno strano clima, ti chiamavano con simpatici nomignoli e disparati vezzeggiativi, i più gettonati erano “badin”, “corbatt”, “terun” e “cingheli” (da cinq ghei, la somma che avevamo a disposizione per acquistare il pane). Si scherzava, e per socializzare la miglior cosa che ti potesse capitare quel giorno era che ti rubassero la merenda per poi ricattarti se la volevi indietro. Oppure mi ricordo ancora quando io e Filippo, un bambino indiano adottato, ci rifugiavamo in cima all’armadio che c’era in aula, e la maestra ci trovava su lì, abbarbicati come scimmie. “Dai, dimmi che ti diverti!”

Ti provocano e sono sempre in gruppo. Si impara presto che ti devi arrangiare, ma ogni tanto ti nascondi e piangi in silenzio. Ti additano, parlano di tuo padre, “lo straniero”, di tua madre, “la traditrice” e di te, “la bastarda”. Una segnalazione anonima o un controllo non superato e papà se ne torna al paesello e tu con lui. Stringi i pugni e sei solidale con chi invece non ce la fa più. Ti offendono e cerchi di star male solo un po’, ma si sa, i bambini sono crudeli e quel che speri siano episodi sporadici, si rivelano essere la quotidianità. Una scuola di vita, grazie alla quale svilupperai una visione relativa e un forte senso di autoironia che ti aiuterà a sanare le ferite, strada facendo.

Ce la metti tutta e tutta non è mai abbastanza. Poi spicchi il volo, ora il tuo curriculum oscura le tue origini, che sono ormai solo un trascurabile difetto. “Non abbiamo persone con la tua formazione. Sei italiana? Pazienza! Chiudiamo un occhio e ci tappiamo il naso.” Io sono stata fortunata, oggi però non sempre riesci a cavartela, raramente ti viene data l’opportunità e quasi mai ti viene offerta un’altra occasione. Son tempi bui.

Per anni mi sono sentita pervasa da un sentimento di non appartenenza, sempre a dover giustificare le mie origini. “Italiana, ma del Nord, della Val Vigezzo…”. “Ah, gente dura con la bricolla in spalla, contrabbandieri, brutta gente…” Già. Mai una connotazione positiva. Oggi, cittadina del mondo, vivo in terra di nessuno, quindi di tutti. Non soffro di patriottismo. Non mi devo inginocchiare davanti a nessuna bandiera. Ma soprattutto non ho una patria da dover amare a dismisura.

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