Papà, sono qui, sono Mimmo

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“Papà, sono qui, sono Mimmo, tuo figlio.” È la frase, carica d’emozione, con la quale vogliamo immaginare che Mimmo Lucano, l’ex sindaco di Riace, si sia presentato in ospedale, al capezzale del padre novantaduenne malato di leucemia. Un padre che Mimmo però non può assistere perché il sindaco che ha fatto notizia nel modo per il suo modello d’integrazione, e che dell’accoglienza ha fatto la sua bandiera, non può avvicinarsi, né andare a Riace. A casa sua.

La ragione è il divieto di dimora emesso dal Tribunale del riesame di Reggio Calabria. Una misura alternativa agli arresti domiciliari a cui Mimmo era stato sottoposto nell’ambito dell’inchiesta della procura della Repubblica di Locri sui presunti illeciti nella gestione dell’accoglienza dei migranti. Un’inchiesta che è stata l’ultima fatale picconata al modello Riace, a un bel sogno fattosi realtà.

Eppure, stando a quel che leggiamo sulla stampa di questi giorni, le picconate non sono finite. Continuano. Dritte al cuore di un padre e di un figlio, separati da un provvedimento quantomeno discutibile. Manco fossimo in guerra e di mezzo ci fosse l’attraversamento della prima linea. Sono oltre 77’000 le firme finora raccolte per chiedere al presidente Sergio Mattarella di consentire “a Domenico Lucano di poter tornare nel Comune di Riace a far visita e assistere il proprio anziano padre”. Una richiesta di fronte alla quale Mimmo risponde con tutto il suo orgoglio. “Non voglio pietà, voglio giustizia.”

Un provvedimento inaccettabile perfino per Mauro Palma, il Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute: “Ha un sapore punitivo che, in qualche, modo non corrisponde al modo in cui i provvedimenti sono stati pensati e istituiti, come il confinamento. Sono preoccupato di questa distorsione. Quando alcuni provvedimenti raggiungono dei livelli così forti, tanto da toccare uno dei principi della Convenzione europea dei diritti dell’uomo nell’ambito del diritto al mantenimento dei rapporti affettivi, acquistano una fisionomia diversa e un significato diverso rispetto a quello che dovrebbero avere”.

Insomma, per farla semplice: la legge non è uguale per tutti. Innanzitutto perché non tutti siamo uguali. Ce lo dicono ogni giorno i provvedimenti giudiziari e le sentenze che, non di rado, al di là della pena più o meno giustificata, asfaltano le persone, gli affetti e buona parte di coloro che si trovano ad aver a che fare con colei che in una mano regge una bilancia e con l’altra stringe una spada. Non è mai semplice avere a che fare con magistrati, giudici e sentenze. Uomini, donne e provvedimenti che non hanno nulla di divino. E a non fare eccezione perfino Mimmo Lucano e il suo malatissimo padre.

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