Storia di una sopravvissuta all’atomica

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Martedì ho ricevuto una chiamata da Osaka, da parte dell’organizzazione che si occupa dei sopravvissuti che hanno in qualche modo avuto a che fare con lo scoppio della bomba atomica. Un attimo di smarrimento e poi una voce dall’altro capo del mondo mi chiede se può parlare con Ida. Dico che sono la figlia e che lei vive su un’isola nel bel mezzo dell’Atlantico. Do loro il numero. Mi informano che stanno contattando gli “Hibakusha”, i sopravvissuti al bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki. Solo allora realizzo.

Il 6 agosto del 1945, “Little boy” viene sganciato su Hiroshima da un B-29, il bombardiere chiamato Enola Gay, nome scelto in onore della madre del comandante. Tre giorni dopo è il turno di “Fat Man” su Nagasaki. Un anno dopo, la gente moriva ancora per le cause dirette – ustioni e radiazioni – e col passare degli anni in molti saranno colpiti dal cancro e dalle più disparate patologie dovute alle radiazioni rilasciate dallo scoppio della bomba atomica. Innumerevoli anche i casi di malformazioni alla nascita.

Siamo nel 1945, in California, e a un nutrito gruppo di studenti di psicologia e sociologia viene chiesto se vogliono partecipare a uno studio all’estero (oggi lo chiameremmo Erasmus) per acquisire dieci crediti in sei mesi, così da poter continuare gli studi all’UCLA, l’università di Los Angeles. Ormai sono passati alcuni mesi dallo scoppio della bomba atomica e non sussiste più nessun pericolo. Si partirebbe per Vietnam e Giappone, vicini a Hiroshima e Nagasaki. Mia madre accetta e parte con un’associazione presbiteriana (oggi sarebbe probabilmente un’ONG) diretta a Da Nang in Vietnam, per andare a lavorare in un campo con persone affette da lebbra e anche per le strade della città, a raccogliere i bambini che le donne vietnamite non potevano tenere con sé poiché non avevano gli occhi a mandorla, quindi figli avuti con uomini stranieri.

Dopo alcuni mesi sono costretti a fuggire dal Vietnam, dove si vedono distruggere e incendiare le baracche nelle quali vivevano con i malati. La guerra li costringe a scappar via mare su un’improbabile imbarcazione. A un certo punto rimangono senza carburante, fermi in mezzo al Pacifico, con a bordo molte persone malate. Senza acqua, senza viveri e senza carburante. La gente muore piano piano e si vedono costretti a gettare i cadaveri in mare. Strada facendo vengono intercettati da una nave di disertori giapponesi, i quali stanno cercando aiuti sanitari. Saranno loro a trainarli fino all’isola di Kiushu a 400 km da Hiroshima. Qui, è tutto raso al suolo, sembra un luogo surreale, davanti agli occhi solo un deserto, senza una casa, senza un albero e con ancora dei cadaveri per strada.

Dopo alcuni giorni a Kiushu, mia madre e altri con lei, lamentano i primi effetti delle radiazioni. Cadono i capelli, diminuisce l’appetito, hanno problemi intestinali ed emorragie dal naso, bocca e orecchie. La pelle assume un colore azzurrognolo, si stacca a pezzetti e subentrano le prime difficoltà respiratorie. I militari americani che occupano l’isola, controllano la distribuzione e il razionamento del cibo per chi ancora riusciva a mangiare. Dopo tre mesi, mia madre, arriva a pesare 19 kg e viene messa insieme ad altri su di un mucchio di persone per le quali non valeva più la pena far niente. “Tanto non ce la faranno mai…”. Di lì a qualche giorno quei corpi saranno bruciati.

Per fortuna, insieme ad altri, lei si riprende e, appena riescono a stare in piedi, ripartono via mare per approdare dopo alcuni mesi all’isola di Guam, territorio statunitense situato in Micronesia a 2’638 km da Hiroshima e 2’625 da Nagasaki. Poi da qui vengono aiutati a rientrare in America. Una volta riprese le forze, mia madre denuncia quanto visto fare dai militari. Questo gli costerà due settimane di prigione in America. Viene interrogata e dal momento che gli Americani volevano sentirsi dire che erano stati i comunisti ad aver bruciato e distrutto le loro baracche con i malati vicino a Da Nang – ma lei negò – la misero in prigione. Finalmente poté, per la prima volta dopo tanto tempo, dormire in un letto e mangiare un pasto al giorno.

Ora vive in una finca su di un’isola dell’Atlantico e accoglie in casa persone malate di tumore che fanno la chemioterapia. Forse perché lei sa cosa vuol dire. Forse è per quello che ha dedicato la sua vita lavorando nell’ambito dell’oncologia. Il dolore non le ha mai permesso di parlare molto di quegli anni, soprattutto non con noi familiari. Inizia solo ora, dopo 74 anni, a parlarne un po’, ora forse i ricordi non sono più così nitidi e netti nella mente e tutto risulta essere più ovattato e quindi più sopportabile. Per lei, e forse anche per tutti noi.

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