Tigli di un Dio minore

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Siamo alle solite, ora anche gli alberi di Viale Stazione a Bellinzona sono precari, pericolanti. Sono stati risparmiati dall’epidemia che ha colpito la capitale e non si sono ammalati pure loro. Si è però deciso che ci vuole l’uniformità del tronco tra la parte alta e la parte bassa del Viale. Parliamo di uniformità, quando è la diversità ad essere la nostra vera ricchezza, ma lasciamo perdere e non addentriamoci in temi filosofici.

Da che mondo è mondo, le città vengono apprezzate e ti rimangono impresse per i bei parchi e le oasi verdi all’interno di esse, perché è lì, quando ti fermi un attimo a meditare sulla visita o semplicemente a riposarti nella frescura, che riesci ad apprezzare ciò che hai visto, a sentire le sfumature e gli odori della città e serbarne un ricordo piacevole.

Avete mai visto l’isola Margherita a Budapest? Un polmone verde nel bel mezzo della città, per non parlare di Vienna o di Parigi. E noi nel nostro piccolo? Zurigo ad esempio, tanto cemento, begli edifici storici, sontuose chiese, ma soprattutto tanto verde, ovunque e dove capita. Siete mai capitati al cimitero di Sihlfeld? In pieno centro, un bosco con tante specie, anche molto rare, di una bellezza da toglierti il fiato. E Basilea, lungo il Reno, alberi a profusione e neanche tutti con il tronco dello stesso calibro, lo stesso vale per Ginevra e Lucerna. Dove vai vai – e per fortuna – trovi del verde.

Alla fine è questo che cambia la qualità di vita, non il lastricato tirato a lucido e la piazza senza una foglia. Non possiamo avere parchi perché non siamo stati lungimiranti? Teniamoci quelle poche piante che abbiamo ancora e che conferiscono decoro, eleganza e danno vita a una città. Ma perché da noi non funziona così? Perché l’unico tronco che ancora riesce a spuntarla è il tronchetto di Natale o al limite quello della felicità?

Ci siamo mai chiesti perché non impariamo dai nostri sbagli? Semplice, perché non li riteniamo tali. E non ci accorgiamo neanche di cader sempre nel tranello dell’asserzione “era l’unica cosa giusta da fare”. Cosi ci ripuliamo da ogni senso di colpa. Lo diciamo spesso nelle più disparate circostanze e in ogni salsa. Lo diciamo noi e pretendiamo che non ce lo dica l’autorità? Ma giusta per chi? Giusta per cosa?

Cosa vogliamo farne di Bellinzona? La possiamo mantenere vivibile o la possiamo cementificare, la possiamo lastricare di marmo o la possiamo lasciare con qualche timido filo d’erba e qualche sparuto alberello qua e là. Possiamo anche misurare i calibro di ogni tronco e unificarli tutti quanti. Potremmo perfino utilizzare qualche agente chimico così rallentiamo la crescita nella parte alta di Viale Stazione e qualche fertilizzante così la velocizziamo nella parte bassa, uniformandone il calibro.

Ci sono città moderne e ci sono città medievali. Ci sono persone che invecchiando diventano sagge e altre che invecchiando, invecchiano e basta. E qui forse qualcosa da scegliere ci sarebbe, tanto per evitare che chiunque possa decidere le sorti della tua città. A questo punto non ci resta che sederci sulle panchine all’ombra degli alberi secolari di Villa dei Cedri e aspettare, prima o poi si ammaleranno anche loro. Il calibro è già fuori misura. Un po’ di vento e via, il passo è breve, dalla stazione a Ravecchia, ed ecco trasmesso il parassita. Anzi, sapete che vi dico? Io qualche macchiolina qua e là, già la vedo sui tronchi. Che siano malati pure questi?

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