Toni Morrison: un antirazzismo profondo

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Un’altra grande se n’è andata. Toni Morrison, premio Nobel della Letteratura nel 1993, si è spenta martedì scorso all’età di 88 anni. Alla storia passerà come «prima afroamericana premiata a Stoccolma» (nello stesso anno in cui il Nobel per la pace viene assegnato a Nelson Mandela!) ma a parere di chi scrive questa etichetta è un po’ riduttiva. Perché lei, Toni Morrison, non è dimensionabile ad una categoria soltanto. Un’autrice che prima ha vissuto (arriva da una famiglia di colore della classe operaria dell’Alabama), poi ha studiato (giungendo all’insegnamento universitario presso la Princeton University) e infine ha scritto (come editor poi in proprio). Quasi fosse, la scrittura, una modalità riassuntiva, il momento di congiunzione tra vita e pensiero, il punto di arrivo-partenza di un altro avvincente percorso. 

Torniamo al 1993. All’annuncio svedese, va ammesso, chi scrive ha avuto un attimo di stupore. L’ignoranza è subito stata sedata e risolta dal primo libro immediatamente letto, «Amatissima» («Beloved» scritto nel 1987).  Un romanzo splendido e tragico, il racconto di una fuga dalla schiavitù che comporta un momento potentemente drammatico che qui non specifichiamo: basti dire che, dopo quella pagina, la letteratura (americana, mondiale) non è più la stessa. Il sacrificio supremo e solenne, nello stesso tempo umile, quasi religioso, sancisce come il concetto della fuga dalla schiavitù non sia solamente un trasferimento fisico: il viaggio è mentale, introspettivo, con fantasmi da rimuovere e conti con un passato pesantissimo. Una storia ricca e potente, che sconvolge e ammalia. Al punto che, giunti alla fine, vi è da ritenere come normale la decisione dell’Accademia svedese. Naturale: se non assegnano il Nobel ad una scrittrice così, a chi allora ?

Dopo «Amatissima» si vanno a leggere  i romanzi della Morrison scritti precedentemente, scoprendo autentiche meraviglie. A cominciare dal suo esordio, «L’occhio più azzurro», scritto nel 1970: la storia di una bambina di colore che vorrebbe tanto avere gli occhi di Shirley Temple. Poi, poi tanti altri titoli: in tutto i suoi romanzi sono undici.

Icona dell’antirazzismo, la Morrison si è in pratica spesa tutta per dare dignità culturale al «suo» popolo. E per questo si è schierata in prima fila nella campagna elettorale per Obama. Non dicendo semplicemente «io non sono razzista» ma articolando e approfondendo il vero senso del suo essere, e del suo scrivere. Qui fa testo il discorso da lei tenuto al momento dell’accettazione del premio Nobel:

 Intessere parole è sublime, perché è generativo, ha un significato che fissa la nostra differenza, la nostra differenza umana: il modo in cui siamo dissimili da ogni altra forma di vita. Noi moriamo. Questo potrebbe essere il significato della vita. Mettiamo al mondo il linguaggio. E questa potrebbe essere la misura delle nostre vite. Perché il linguaggio è  immortale»*. Ecco, questa è Toni Morrison. Che nel momento più bello e delicato, confrontata con un’allocuzione dalla ridondanza mondiale, riesce ad elaborare un concetto di una profondità unica. Volendo dirla con Joe Lansdale, un altro autore fatto di scrittura: «Toni Morrison è stata un’innovatrice, una illusionista delle parole, e la sua magia principale è stata la coscienza sociale. Mancherà tanto a tutti.». 

Epitaffio migliore non è immaginabile. Che la terra le sia lieve. 

Cit da: «Per amore del mondo», i discorsi dei premi Nobel, ed. Bompiani, 2019, 22 Euro. 

«Amatissima», 1970. Toni Morrison, ed Sperling & Kupfer. 

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