Una tragedia dell’America contemporanea

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Dopo aver già (magistralmente) parlato dell’attivismo di Martin Luther King in “Selma – La strada per la libertà” e in “13th” dell’efferata ingiustizia che in più di un’occasione ha contraddistinto il sistema carcerario statunitense, la promettente e decisamente sul pezzo regista Ava DuVernay torna su questi argomenti a lei cari e conclude questa trilogia sua dedicata a controversi temi sociopolitici della realtà a stelle e strisce con la miniserie intitolata “When they see us”.

Suddivisa in quattro episodi dalla durata crescente (da circa 60 a quasi 90 minuti), la serie orchestrata dalla DuVernay racconta la storia dei “Central Park Five”. Cinque ragazzini tutti minorenni al centro di un fatto di cronaca realmente accaduto nel 1989 e ripercorre lo scandaloso giudiziario dei cinque: quattro afroamericani e un ispano-americano, condannati per l’assalto e lo stupro di Trisha Meili, una giovane ragazza bianca che lavorava per una grossa banca d’affari intenta a fare jogging nel parco cittadino newyorkese.

Cuore della controversia fu il repentino arresto e processo dei cinque, a cui furono estorte delle confessioni fittizie e affibbiate immediatamente le pene più alte possibili per imputati minorenni. Ciò che seguì mostrò il peggio del sistema giudiziario statunitense. Ma anche la politica e la società civile intervennero entrando a gamba tesa sulla vicenda, come nel caso dell’allora Donald Trump (un miliardario palazzinaro in cerca di notorietà, chissà che sta facendo adesso…) che pagò una pagina nei quattro quotidiani più diffusi della città chiedendo allo Stato di New York di reintrodurre la pena di morte.

Il fatto che dietro alla condanna dei cinque ragazzi ci fosse uno scontro di matrice razziale fu subito evidente, ma il clima di odio, di terrore e di paranoia che l’episodio scatenò nell’opinione pubblica impedì che venisse fatta giustizia fino alla confessione, nel 2002, del vero colpevole. Ava DuVernay racconta perciò il calvario di cinque famiglie che, oltre a essere già sotto il giogo degli stenti tipici della working class americana, vedono i loro figli innocenti vilipesi dai media e inseriti anche, a condanna ormai scontata, nel registro dei criminali sessuali.

Il messaggio di Ava DuVernay è chiaro: non c’è nulla da ridere. Ci troviamo completamente immersi e di fronte a una tragedia contemporanea. Inoltre “When they see us” non prova mai ad ammiccare allo spettatore suggerendo una morale, ma cerca di mantenere il più possibile un tono neutro e aderente a come i fatti si sono davvero svolti, con tutto il calvario che i cinque sventurati si sono trovati a vivere, malgrado assolutamente estranei ai fatti e senza che nei vari gradi di processo venissero portate delle prove degne di questo nome.

Un racconto che procede senza momenti di sollievo o di leggerezza, dunque una serie forse non indicata allo svago serale o a farci compagnia mentre stiriamo o prima di addormentarci. Si tratta casomai di una di quelle serie ultimamente sempre più frequenti che ripercorrono in chiave documentaristica (“Wild Wild Country”, “The Family”, ecc.) o di fiction (vedi il successo di “Chernobyl”) alcune delle pagine più tristi e controverse del nostro recente passato. Una serie capace di trascinarci via dal giocoso e rapido mondo di internet per metterci di fronte a qualcosa che tutti dovrebbero sapere, brutto o triste che sia.

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