Vita da migrante

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La storia insegna, ma noi non abbiamo imparato nulla.

Migrazione è una parola che scotta ed è sempre attuale, ma mai come ora si abusa del termine nel definire migrante ogni persona in un perenne vagare verso nuove mete. La dura vita fatta di sacrifici del mondo contadino del XIX secolo nella Svizzera italiana, ha costretto migliaia di persone a cercare alternative lontano da casa. Chi negli Stati Uniti, chi in Australia, chi in America latina.

Si parla ogni giorno di migrazione, spesso con esiti tragici, in circostanze di estrema sofferenza e con troppi risvolti disumani. Ci siamo forse dimenticati degli Italiani che migravano in Svizzera e oggi spesso annoveriamo come modello di integrazione, gli stessi migranti che fino a pochi anni fa erano spesso bersagliati da attacchi xenofobi, come descrive molto bene lo storico vodese Raymond Durous nel suo libro “Des Ritals en terre romande”, ricco di testimonianze sul come venivano disumanizzati i migranti.

Non abbiamo imparato nulla.

Documenti dell’epoca raccontano come, negli anni ‘50 i migranti che arrivavano a Briga venivano sottoposti al “controllo del bestiame”, dopo averli fatti spogliare, gli facevano fare la doccia e li cospargevano di DDT, prima della visita medica. Chi si rifiutava di svestirsi veniva rispedito alla frontiera immediatamente. Gli anni ‘60 e ‘70 furono decretati come gli anni più bui della migrazione italiana in Svizzera, in quel periodo erano circa 5’000 i bambini, figli di migranti, costretti a vivere nascosti, in quanto il permesso di lavoro dei loro genitori non contemplava, per legge, la presenza dei bambini sul suolo elvetico.

Non abbiamo imparato nulla.

In quel periodo, davanti a negozi e locali pubblici, sbucavano come funghi velenosi cartelli con scritto: “Vietato ai cani e agli italiani” e ci fu anche l’iniziativa Schwarzenbach, votata il 7 giugno 1970, che proponeva di porre al 10% il limite di popolazione straniera in Svizzera, detta anche iniziativa contro l‘inforestierimento. L’afflusso alle urne fu notevole, ben il 74% degli Svizzeri andò a votare, ma l’iniziativa venne comunque respinta con il 54% dei no. Da quel periodo, l’opinione pubblica si spaccò e si creò in Svizzera un clima di ostilità verso lo straniero che andò poi a inasprirsi sempre più, fino ad arrivare alle posizioni di UDC e Lega dei nostri giorni.

Non abbiamo imparato nulla.

Gli italiani non erano i soli migranti e negli anni ’60, nelle miniere e nell’edilizia lavoravano con loro prevalentemente spagnoli e portoghesi. Negli anni ’70 diventano poi camerieri e addetti alla pulizia, rivestono ruoli umili, nella maggior parte dei casi, lavori che lo Svizzero fatica a svolgere. Negli anni ‘90, dopo trent’anni di fatica in terra straniera, molti si naturalizzano, altri tornano in patria e molti di loro, quelli non immunizzati dal virus della xenofobia, hanno a loro volta paura e addirittura odiano lo straniero, straniero che oggi è incarnato dall’africano, dal musulmano e dal non svizzero come lo sono diventati loro.

Non abbiamo imparato nulla.

Secondo l’Ufficio svizzero dell’immigrazione, a fine 2018 vivevano in Svizzera poco più di 2 milioni di stranieri. Il 68% della popolazione residente straniera erano cittadini provenienti dagli Stati UE e AELS (Associazione europea di libero scambio). Sono state naturalizzate quasi 45’000 persone e la maggioranza dei neocittadini provengono dalla Germania, Italia, Francia, Portogallo e Kossovo. Invece il numero delle nuove domande d’asilo è diminuito del 16% rispetto al 2016. I 5 principali Paesi d’origine dei richiedenti l’asilo sono stati Siria, Afghanistan, Eritrea, Turchia e Georgia (che ha preso il posto della Somalia). 6’137 persone (7’147 nel 2017) sono state costrette a lasciare la Svizzera per via aerea, sotto il controllo delle autorità.

Non abbiamo imparato nulla.

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