Vite in transito

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Quattro stracci infilati alla bell’e meglio in una sacca sgangherata o in un grande lenzuolo annodato ai quattro angoli. Giorni di cammino in fila indiana, a volte ne cade uno, a volte un altro non ce la fa. Devono andarsene dal loro Paese, da dove sono nati, cresciuti. Via dai loro riferimenti, dai ricordi, gli unici oggetti preziosi, spesso avvolti dal dolore, che nessuno potrà mai portar loro via.

Se ne vanno via così da città fantasma, fantasmi tra i fantasmi. Vittime delle lotte tribali, delle religioni, delle sorgenti d’acqua, del petrolio, del potere e della stupidità umana. Vittime della loro stessa vita. È solo un caso se noi siamo nati qui, nel tepore della sicurezza, annoiati dall’afa estiva, dove una tragedia non può che essere un diversivo.

Lasciano chi ancora gli rimane, quasi tutti i parenti e gli amici sono morti ammazzati, non si sa più da chi, spesso traditi anche da coloro che credono amici. Stessa etnia, stessa religione, stessa lingua, a volte stessa famiglia. Non sai perché è toccato proprio a te rimanere vivo. Non è facile vivere così per loro, e noi si continua ad affermare che sì, lo è. Caricati in improbabili imbarcazioni e spinti in mare con qualsiasi condizione, stipati nelle carrette, muoiono strada facendo, i loro corpi abbandonati in mare. Cimitero degli ultimi. Sogni infranti sugli scogli, vite spiaggiate. Non possono sbarcare e quando qualcuno tenta di far valere il loro diritto al soccorso, noi gli facciamo la guerra.

Nel 2018, secondo l’UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati), sono quasi 71 milioni le persone in fuga nel mondo, 25,6 milioni di rifugiati, di questi più della metà ha un’età inferiore ai 18 anni. 41,3 milioni di sfollati e 3,5 milioni di richiedenti asilo, a causa di persecuzioni, conflitti, violenze e violazioni dei diritti umani. Solo 92’400 di loro hanno potuto usufruire di una via legale per spostarsi, il resto si è affidato ai trafficanti. Inoltre il tasso di mortalità è molto aumentato, passando da un rapporto di 1 ogni 29 migranti arrivati nel 2017 a 1 ogni 6 nel 2018. È praticamente quintuplicato.

Approdano e anche sulla terraferma non sarà facile. Da campo in campo, da rifugio a rifugio, rimbalzati da nazione in nazione. Di effetti personali non ne hanno, ma ciò che sono riusciti a racimolare quando sono scappati, ciò a cui tenevano perché profumava di casa: via, sparito, rubato, barattato o finito in fondo al mare. Chiudono la mano e stringono il vuoto, ma è solo l’inizio, non sanno ancora cosa li aspetta. Una vita da nomade e anche quando un giorno troveranno un punto fermo, saranno sempre precari, stranieri in terra straniera. Li guarderanno con circospezione, e se capiterà qualcosa di brutto, saranno i primi ad essere additati.

Il coraggio che ci è voluto per sopravvivere a tutto quel che hanno sopportato, ci destabilizza. Un senso di fastidio ci assale. Forse è addirittura invidia, la nostra. Eppure loro cercano di farsi piccoli per non darci fastidio, ma non ci riescono. Cercano di non far rumore, ma la loro voce è sempre troppo alta, perfino i loro odori sono troppo forti. Quello che cucinano è troppo speziato, il loro sudore puzza. Non li sopportiamo più. Li tolleriamo, nella convinzione che mostrandoci caritatevoli, ci riscatteremo e ci sentiremo a posto col mondo.

Non vogliono la nostra carità, non sanno che farsene, come non sanno che farsene della nostra ostilità, del nostro giudizio espresso senza conoscere, della paura che ci paralizza perché sono diversi da noi, dell’insofferenza che proviamo nei loro confronti perché ci danno fastidio e minacciano la nostra oasi di tranquillità. Loro, che transitano nella nostra vita distogliendola dalla noia quotidiana. Loro che in transito ci stanno una vita intera, senza accorgerci che in transito ci stiamo pure noi. Da sempre.

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