Governo Conte-bis, la rivincita dei gregari

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E alla fine, governo fu. La crisi di governo italiana ha il suo epilogo con il definitivo accordo fra M5S e PD (più LeU) che spiana la strada al secondo governo Conte. Il tutto, è bene dirlo, dopo che per l’intera giornata di martedi il destino delle istituzioni era stato affidato al voto dei sostenitori dei 5Stelle sulla piattaforma privata Rousseau: il 70% di circa 100mila persone ha dunque avuto in mano, o meglio, sul dito, le sorti del Paese. E con tutta la simpatia e l’ammirazione che si può avere per la democrazia diretta e la sua declinazione digitale, comunque un percorso da esplorare, restano tante, troppe perplessità: ma è andata, e possiamo mettere per ora da parte l’argomento.

Come han fatto notare diversi analisti, il governo Conte-bis, o Conte 2 che dir si voglia, nasce all’insegna di un certo basso profilo per quanto riguarda i nomi: al di là di Di Maio, spostato agli Esteri, e del sempreverde Franceschini, i big dei due partiti sono sostanzialmente rimasti a guardare lasciando spazio a quelle che Open, il portale di Enrico Mentana, definisce “seconde linee”, personalità sicuramente valide ma finora immuni dai personalismi e le esposizioni mediatiche dei predecessori. 

Una sostanziale operazione di quella che, sempre Open, definisce “desalvinizzazione” soprattutto su alcuni temi cari alla propaganda salviniana, dall’immigrazione ai diritti civili: dal baciapile Fontana (e degna successora Locatelli), in prima linea a capo del ministero della Famiglia nel negare i diritti LGBT e nel cercare di picconare la legge sull’aborto, si passa a Elena Bonetti, un passato da capo scout e  firmataria, insieme a don Andrea Gallo, di un appello per il riconoscimento delle unioni gay e per una revisione delle posizioni della Chiesa. E che il ministero torni a chiamarsi delle Pari Opportunità ha un certo valore simbolico.

E sarà difficile vedere la nuova ministra degli Interni, Luciana Lamorgese, in diretta Facebook dal tetto del Viminale o intenta a mostrare i suoi pasti su Twitter fra un post sugli immigrati e un “buongiorno amici”: ex prefetto di Milano e firmataria, fra le varie cose, del divieto alle contromanifestazioni d’odio dell’estrema destra in contemporanea ai cortei antirazzisti e LGBT, il nuovo capo del Viminale è una convinta sostenitrice della necessità di agevolare il processo di integrazione per evitare fenomeni di radicalizzazione. Con un ministero dell’Interno spoliticizzato e affidato a una vera servitrice dello Stato, l’auspicio è che i disumani Decreti Sicurezza subiscano una decisa revisione, così come la politica di criminalizzazione e diffamazione di chi salva vite in mare: i prossimi, inevitabili sbarchi ci daranno probabilmente la misura di un (si spera) nuovo corso.

Scelta rilevante per il ministero  dell’Economia, che dal tecnico Tria passa al dem Gualtieri, eurodeputato al terzo mandato, chiamato quindi a proseguire l’opera di negoziazione con le istituzioni europee del suo predecessore, partendo da una posizione di conoscenza approfondita delle suddette.

Per il resto, qualche nome interessante, come la “madrina” del reddito di  cittadinanza e del disegno di legge sul salario minimo, Nunzia Catalfo del M5S, al Lavoro, o la sindacalista degli  agricoltori in Puglia, Teresa Bellanova, del PD, e un po’ di involontaria ironia, con il ministero della Salute affidato a…Speranza, e, come detto, una serie di onesti e defilati gregari.

La prossima, e necessaria prova, sarà il voto di fiducia, che potrebbe presentare qualche insidia al Senato, dopo la quale saranno i fatti  a dirci se sarà davvero un governo in grado di durare fino al termine della legislatura, o un esecutivo traghettatore: per ora, seppur con questa incertezza, ci godiamo le sfuriate dell’ormai ex ministro Salvini rimasto con le pive nel sacco per sua stessa colpa e in calo di consensi. È poco, ma fa ridere comunque.

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