I due buoni

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(Illustrazione di Fiammetta Semini)

Ebbene sì, l’ho fatto. 

Ho iniziato credo sin da quando andavano all’asilo, prima con il più grande e poi l’esperimento è proseguito con la più piccola. 

I due buoni. Li abbiamo sempre chiamati così, il primo buono e il secondo buono. Di che si tratta? Semplice: del buono per marinare mezza giornata la scuola, senza bisogno di ricorrere al mal di pancia o al mal di testa o all’influenza-forse-in-arrivo.

Per noi – grandi- è facile dimenticare cos’era andare a scuola ogni giorno dalle otto a mezzogiorno e poi il pomeriggio, alé, si ricominciava. Per noi è facile dimenticare quanta fatica costi ad un bambino o a un ragazzino tener sempre vigile l’attenzione per tante ore anche su materie che fanno dormire (o insegnate da sembrare tali, suvvia, lo sappiamo!). Ogni giorno, due volte al giorno, zainetto in spalla e via, a scuola come bravi Pinocchi pentiti, senza mai un permesso speciale, con l’oasi di una passeggiata scolastica giù in fondo all’anno scolastico, lontanissima, verso maggio o giugno. 

Ora provate a mettervi nei panni dei miei due fortunati figli. I quali ogni settembre, dall’ultimo anno dell’asilo all’ultimo anno della scuola media,  ricevevano virtualmente questi due cartellini verdi, da gestire come volevano loro, l’unica clausola tacita era: “ mai se c’è un espe”. Provate ad entrare nei panni di uno scolaretto o di una scolaretta che sanno di poter dire per ben due volte durante il lunghissimo (dimenticato anche questo?) anno scolastico “Mamma, questo pomeriggio uso il buono e non vado a scuola.” Una meraviglia, credetemi. Che poi qualcuno mi ha già chiesto “ma perché due buoni e non uno solo, o tre?”. Due perché è il numero ideale per essere ben consapevoli che si tratta di un dono, l’eccezione a carte scoperte e senza sotterfugi  ad una regola validissima e rispettabilissima: andare a scuola è un OBBLIGO, PUNTO. Se il buono fosse stato uno soltanto sai che ansia , che senso di perdita più che di guadagno :“ sì ma se lo uso oggi poi non ne avrò più fino all’anno prossimo…”. 

Ne riparliamo, ogni tanto, io e i miei figli, e loro meglio di me ricordano quanto sia  stato bello poter usufruire responsabilmente di quei cartellini verdi per marinare la scuola e stare a casa a farsi una scorpacciata fuori programma di Dragon Ball e di Play Station. Mi assicurano entrambi che ci furono anni in cui ne avevano usato uno soltanto, e che il secondo buono era andato tranquillamente in prescrizione, ma che meraviglia quella sensazione d’averlo in tasca, comunque.

Ecco, signori maestri, sono una mamma colpevole. Sì. Felicemente colpevole. Ma credo, immodestamente, di aver dato loro in questo modo, oltre che quello straordinario senso di leggerezza che manca un po’ nella rigorosità scolastica,  anche una lezione su cosa significhi assumersi una responsabilità fino in fondo ( o quasi, insomma, dai, mica si poteva mettere in imbarazzo una povera insegnante e dirle “lo sa, signò, che domani mattina starò a casa perché userò il buono?), e soprattutto  hanno segretamente imparato (e io con loro) che una regola per essere tale deve poter ammettere le eccezioni. Altrimenti è un dogma. È la scuola che me l’ha insegnato. La scuola “scolastica” e la scuola del vivere, soprattutto.

A questo punto potrei  riferire l’esempio di un buono stupendamente utilizzato da mio figlio S, grande appassionato di pallacanestro. Era il mese di giugno del ’98, nessun ragazzino di 13 anni a mezzanotte avrebbe potuto guardare una partita di basket delle finali NBA, con lo svantaggio del fuso orario, dovendo andare a scuola il giorno dopo. Ebbene lui, grazie al suo secondo buono, si gustò insieme alla sua mamma il memorabile sesto titolo dei Chicago Bulls di Michael Jordan, compagno di squadra di altri giocatori eccellenti quali Denis Rodman, Scottie Pippen, tutti avversari di altri giganti, qualcuno di certo ricorda il terribile Karl Malone. Un’emozione indimenticabile al tiro della vittoria di Michael Jordan a 6 secondi dalla sirena di fine partita! Era il regalo di congedo del grandissimo campione, anche se nessuno in quel momento lo sapeva. Mai più a nessuno infatti sarebbe stata data la possibilità di riguardare in tempo reale le prodezze di quella mitica (sul serio) squadra. E io non oso immaginare quanti compagni di classe abbiano invidiato mio figlio, che può dire “io li ho visti!”. Dunque diteglielo, a queste mamme e a questi papà, che certi strappi alle regole, nella vita …si possono e si devono fare! E quanto ci piace, a distanza di un paio di decenni, ricordare i famosi “due buoni”!

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