I muscoli non pagano

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Mostrare i muscoli è molto di moda di questi tempi. Non passa giorno che non vediamo qualche politico, solitamente destrorso, che fa il muso duro, che provoca avversari, che si scaglia, novello Davide contro il gigante di turno.

Lo vediamo anche a casa nostra, dove l’UDC e la Lega fanno i bulletti con la UE, un bacino di 500 milioni di persone, che conta i nostri maggiori partner commerciali: Germania, Italia, Francia.

Ma le sparate dei bulli, sul lungo termine mostrano la corda, una volta che si fa un sunto dei risultati di questi atteggiamenti, si scopre invariabilmente che infilare la ragione nel taschino per vestire i panni del teppistello da strada non paga.

Non ha pagato a Matteo Salvini, che si è scavato la fossa da solo. Non ha pagato a Boris Johnson, che si ritrova isolato e con un rapporto del parlamento britannico che paventa seri disastri per una Brexit dura.

Non paga nemmeno a Donald Trump che in questi giorni si trova confrontato con una realtà certificata da Moody’s Analytics, che parla di 300’000 posti di lavoro persi, totalmente negli USA, a seguito dell’imposizione dei dazi ai cinesi. A pagare soprattutto sono i produttori di soia del Midwest, che vedono calare sensibilmente i loro profitti.

Siamo di fronte a un copione che lascia basiti e perplessi. Chiunque abbia un po’ di sale in zucca si rende conto che tirare troppo la corda è pericoloso, e lo è anche fare la voce grossa con chi è più grande di noi. Questo vuol dire che bisogna sottomettersi? Assolutamente no. L’essere più piccoli richiede diplomazia, astuzia, intelligenza. Tutte cose che sembrano mancare ai tre individui che abbiamo citato poc’anzi. Tutte cose che un certo tipo di popolo non comprende, preferendo galli cedroni in amore che però non fanno uova.

L’ottusa arroganza muscolare, che può magari rendere felici legioni di frustrati, si scontra con la realtà, che non è fatta di Facebook e di Twitter, ma di carne e sangue. E il consenso popolare, seppur nutrito, non permette a nessuno di piegare le regole del mondo a suo favore. Lo hanno imparato Salvini, Johnson e Trump.

Purtroppo tutti e tre, con altri nel mondo, pensiamo ai Paesi del gruppo di Visegrad o anche solo a Bolsonaro in Brasile, aspettano che si calmino le acque per ripetere l’ennesima sbruffonata, fino all’inevitabile caduta, che avviene spesso tardivamente e dopo aver lasciato una scia di disastri alle spalle.

Disastri che poi devono riparare quelli ragionevoli, diplomatici e intelligenti, che magari non sono così bravi a sbraitare via Twitter.

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