I piani del cigno nero saudita

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All’alba del 14 settembre 2019, più di una dozzina di droni hanno sferrato un attacco spettacolare contro due importanti siti petroliferi appartenenti all’Aramco, l’Azienda Statale di Idrocarburi saudita. L’operazione è stata rivendicata dagli Houthi, milizia di fede mussulmana sciita legata ai governi filo sciiti del Medio Oriente, in particolare all’Iran.

Il primo sito ad essere colpito, Abqaia, è un gigantesco impianto di lavorazione del petrolio, capace di trasformare 7 milioni di barli al giorno in materiale denominato Sweet, dolce, pronto per essere trasportato verso le destinazioni finali.

Il secondo sito, Khurais, è un importante campo di estrazione capace di produrre un milione di barili al giorno con riserve per 20 miliardi di barili (1 barile corrisponde a 159 litri).

Entrambi siti distano circa 900 chilometri dai territori controllati dagli Houthi nello Yemen.

Lo scorso 17 agosto i guerriglieri sciiti, in un attacco simile, presero di mira i giacimenti di Shaybah, mentre il 14 maggio finirono nel mirino degli Houthi due stazioni di pompaggio di un gasdotto nella regione di Riad.

Nelle ore successive all’attacco il segretario di Stato degli USA Mike Pompeo, il buono che fa il moralista mentre aiuta i sauditi a bombardare la popolazione yemenita, punta il dito contro l’Iran, nel contempo Donald Trump annunciava l’uso delle riserve petrolifere strategiche americane per contenere l’aumento dei prezzi; ed ecco che lunedi, all’apertura dei mercati, il prezzo del greggio era salito del 15% e quello della benzina del 11% – il brent nel mercato petrolifeo europeo aumentava del 18%.

Le difese aeree che proteggono le installazioni dagli attacchi provenienti dal nord sono gestiti da moderni radar, non si spiega quindi perchè i droni e i missili partiti dall’Iran meridionale, passando per il Kuwait, non siano stati abbattuti. Le difese dagli attacchi da sud, sono invece gestiti da vecchi sistemi calibrati per intercettare missili da crociera.

L’attacco è di molto superiore alla capacità fino ad ora dimostrate dagli Houthi, anche considerando il supporto logistico fornito dall’Iran, motivo per cui viene accusata Teheran di aver compiuto direttamente gli attacchi.

Il bliz condotto da 18 droni viene immediatamente rivendicato dal portavoce delle forze armate Houthi, Yahya Sari:

“Questa è una delle più grandi operazioni compiute in profondità dalle nostre forze, ed è arrivata dopo una accurata analisi di intelligence, un monitoraggio avanzato e con la cooperazione di uomini onorevoli, liberi e di valore nel regno; non esiste soluzione per il regime saudita, se non quello di fermare l’aggressione e l’assedio del nostro popolo”.

Dichiarazione che ha reso il principe ancor più paranoico di quanto non lo sia già.

I mussulmani sciiti rappresentano il 15% – 20% della popolazione saudita, dominata dai Wehabiti, quindi è plausibile che alcuni membri della comunità sciita abbiano fornito informazioni o supporto logistico all’attacco oppure che abbiano addirittura aiutato i guerriglieri a lanciare missili dall’interno dell’Arabia Saudita, visto che il loro punto di lancio è molto più vicino agli obiettivi di quanto sia stato ritenuto; un’ipotesi da non sottovalutare è anche che qualcuno abbia disinnescato il meccanismo del sistema di difesa.

Nel corso del 2019 gli Houthi hanno colpito più volte gli obiettivi sauditi con droni di tipo Samad 3 ( possono trasportare 40 Kg di esplosivo con una portata di 150 Km. ), piccoli, lenti e difficilmente in grado di bypassare le difese saudite; di recente hanno usato un drone più avanzato, Qods 1, simile ad un missile da crociera, ma comunque non in grado di fare un tragitto cosi lungo. Certo è che la capacità militare dei guerriglieri è aumentata in maniera significativa grazie all’aiuto e alle forniture delle guardie rivoluzionarie iraniane.

La guerra contro lo Yemen, iniziata nel 2015, è costato ai clown di Al Saud (la dinastia saudita) diversi miliardi al mese; il disavanzo del bilancio saudita è aumentato e quest’anno dovrebbe raggiungere il 7% del PIL, il paese ha bisogno di denaro fresco e quindi di prezzi di petrolio molto piu’ alti.

Il bliz di droni ha colpito il cuore pulsante dell’economia del Paese, Aramco, azienda petrolifera che ha fatto fortune del regno; nel 2018 con 111 miliardi di dollari, è stata la più redditizia al mondo.

Nell’aprile scorso l’Aramco mette a segno un debutto da record sui mercati internazionali; il primo Bond del colosso da 10 miliardi di dollari, ha raccolto ordini per oltre 100 miliardi di dollari. È il più clamoroso successo finanziario di un Paese che continua violare i più elementari diritti umani; ha fatto uccidere il giornalista Kashoggi, reprime la libertà d’espressione, pratica la condanna a morte ed infine commette crimini di guerra nello Yemen. Il rapporto dell’ONU accusa i sauditi di bombardare i civili “in modo diffuso e sistematico” e, secondo Save the Children, almeno 85’000 bambini yemeniti sono morti in seguito a queste azioni.

Tutto questo agli investitori internazionali non importa purchè ci si rendimento.

L’obiettivo principale delle emissioni dei Bond è stato quello di raccogliere liquidi e il principe Moḥammad bin Salmān, confortato dal successo presso gli investitori, è passato all’azione liquidando il ministro dell’energia e assegnando il ministero e la presidenza di Aramco ad un suo fedelissimo, Yasir Al Rumayyan. Lo scopo è chiaro, concludere l’affare del secolo privatizzando l’Aramco del 5% e con i soldi pompati di fresco, continuare a giocare nel ruolo destabilizzante di vero “paese canaglia” in Medio Oriente, finanziando qualche guerra e il terrorismo jihadista, senza che nessuno in questo mondo prodigo di embarghi e sanzioni, batta ciglio.

In questi giorni l’Aramco, per bocca del suo neo presidente, ha rassicurato i potenziali investitori in vista della prossima IPO (Offerta Pubblica Iniziale), ufficialmente rinviata. L’IPO, con cui si apre la quotazione per la prima volta in borsa, è il cardine del piano elaborato dal cigno nero per modernizzare l’economia e far quadrare i conti: 100 miliardi l’anno di deficit statali, ingenti spese nel comparto bellico, crollo del petrolio (fonte dell’80% del bilancio statale) e crescente disoccupazione al 12% ( 40% tra i giovani).

Dopo più di 4 anni di aggressioni da parte della coalizione a guida saudita e dopo il fallimento della diplomazia internazionale, agli yemeniti non rimane altra possibilità per sopravvivere ed esercitare il proprio legittimo diritto all’autodeterminazione che reagire con i bliz di rappresaglia.

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