I Tool e la paura dell’Apocalisse

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“Non vuoi respirare la luce degli altri. Temi la luce, temi il respiro. Temi gli altri e l’eternità. Ma adesso li sento, inspirare la trasparenza. Ascolta il veleno, il veleno che hai dentro. Quello che dici è stato ormai inoculato. Benedici questa tua immunità.”

È un cappio al collo che soffoca i pensieri e sguinzaglia i demoni. È l’ultima messa prima dell’Apocalisse. È un risveglio incerto e inquieto quello che ci regala l’ultimo attesissimo lavoro discografico dei Tool. Un album che, in maniera per certi versi anche inaspettata, in questi giorni svetta nelle classifiche musicali di mezzo mondo. E lo fa con il cuore che pesta manco fosse un alien pronto a schizzare fuori dal petto.

“Fear Inoculum” è il quinto album in ordine di tempo della band statunitense che arriva a tredici anni di distanza dall’ultimo intitolato “10’000 Days”. In realtà, di giorni, ne sono passati poco meno di 5’000 ma quel che è certo è che tutto questo tempo non è assolutamente passato invano. A riprova di ciò, gli ottanta minuti buoni di canzoni e di musica esoterica. Perfetta colonna sonora di un incubo post-apocalittico.

Quello che i Tool tratteggiano in “Fear Inoculum” è una specie di incubo, magistralmente ritmato dalla batteria e non solo quella di Danny Carey, che c’ingabbia e ci costringe nel disordine e nella disperazione di un tempo, di un paesaggio sonoro altro. Distante e oscuro. Affogati in un medioevo dell’animo carico di figure dolenti come quella che si ritrova sulla copertina del disco. Un faraone con otto braccia e il corpo ricoperto di occhi, manco fossero tatuaggi malefici.

Onirico, certo, ma solo all’apparenza. Solo se ci si ostina a rimanere in superficie. Galleggiando sulla forma delle cose. Perché il rock ipnotico e geometrico dei Tool, sul quale s’innesta la voce di Maynard James Keenan, riesce a cristallizzare la rabbia e la disillusione nell’istante preciso in cui si fanno consapevolezza del presente, luce sul caos, lasciandoci appiccicata addosso una sensazione strana, quasi indefinibile.

Come se ci trovassimo all’ascolto di una specie di canto sacro, tribale. Di fronte alle spoglie mortali di ciò che rimane oggi del rock. Non a caso la rivista musicale Rolling Stone ha definito i Tool come “l’unica rock band possibile”. Chiave d’accesso per un rito di passaggio collettivo che ci costringe inevitabilmente a riflettere sul senso del qui e ora. Un presente fatto di rigurgiti d’odio, dello schifo e del fastidio di politici dall’ego mai sazio di like e di un pianeta sull’orlo di una crisi di nervi irreversibile. “Fear Inoculum” è lo specchio di tutto questo. È una litania che ci restituisce tutta l’inquietudine e la follia del nostro tempo. In bilico, in equilibrio sull’abisso. È la paura che ci hanno inoculato.

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