Il Ticino e le città invivibili

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I numeri e le dimensioni contano. Soprattutto quando si parla di una manifestazione come quella promossa sabato a Lugano dal centro sociale CSOA il Molino per rivendicare il proprio diritto all’autogestione e più in generale all’autodeterminazione di chi abita gli spazi urbani. Erano in 400 stando a quel che si legge su Tio.ch, più di 500 per la RSI, ma noi di GAS, a occhio, ne abbiamo contati almeno 900. Insomma il solito balletto delle cifre che sono poi anche il termometro di quanto chi scrive parteggi e dia rilievo, importanza o meno, all’evento in sé.

“Le città che vogliamo sono quelle abitate da pratiche e culture autogestite, dall’autodeterminazione dei corpi, dei generi, degli ecosistemi, dei popoli in resistenza. Nelle quali si riconosce la libertà di muoversi, attraversare e di poter restare, per ognuno e ognuna!”, era questa una delle sacrosante rivendicazioni che hanno preceduto e dato un senso al corteo di due giorni fa. In una Lugano quantomeno surreale. Mentre Carles Puigdemont, il leader catalano in esilio e fermo sostenitore dell’indipendenza dalla Spagna, eletto la scorsa primavera al Parlamento europeo, era ospite al padiglione Conza.

Ospite della prima edizione del Festival Endorfine, una manifestazione dedicata al pensiero e alla creatività che vede tra i padrini e promotori dell’evento pure un certo Boris Bignasca. A Lugano in un sabato di metà settembre. In una città che incarna al meglio la schizofrenia e il disagio che avvelena il nostro territorio. Città sotto vetro. Città vetrine del nulla. Mentre il disagio e la disperazione dilagano nelle retrovie di un’indistinta periferia urbana in cui i luoghi d’aggregazione e d’incontro finiscono per essere i centri commerciali o peggio ancora i bar delle stazioni di servizio.

Per una spesa mega-scontata o il super-affarone da non lasciarsi scappare nel periodo dei saldi dei saldi dei saldi. Per un benzina e caffè. La combo perfetta. Svuotando di senso e di vita i centri storici o la selva di paesi, un tempo il tessuto connettivo del Ticino, ormai diventati un unico diffuso quartiere dormitorio. Svuotando di dignità e valore la nostra umanità, seguendo la falsa convinzione che riempiendo il carrello della spesa o il serbatoio dell’auto si possa essere davvero felici e liberi. Fortuna che di fronte a questa realtà anestetizzata e massificata ci sia ancora chi sappia distinguere tra i sogni un incubo.

Come quello che ci tocca vivere nel presente. Fatto di cantieri e gru che spuntano come funghi. Salvo poi scoprire che sono tossici entrambi. E la politica in tutto questo? Eccolo il vero problema del nostro tempo. La drammatica assenza di una coscienza politica ancor prima di una classe dirigente degna di questo nome. Dove poi non c’è da stupirsi né dei post comparativi di sabato del sindaco di Lugano Marco Borradori, manco ci trovassimo di fronte a un test qualità alla Patti Chiari, e neppure dei cinguettii di Trump su Twitter. Perché il raccapriccio è davvero globale.

Fortuna che, ogni tanto, ci sia ancora chi di fronte alla massificazione e alla violenza del capitale, davanti allo spazio pubblico sfigurato, violentato dalla speculazione edilizia imperante, abbia la forza di non autoflagellarsi ma di tirare fuori la voce e i muscoli per riappropriarsi di ciò che appartiene a tutti noi.

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