La stanza del figlio

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Siamo in tanti a vivere lontani da casa, sempre di più, soprattutto in arrivo da un Sud che un misto di miopia e strafottenza da parte di qualunque governo si sia succeduto sta trasformando in un deserto di anime. E in tanti, chi regolarmente e chi quando può, in quel deserto ritorniamo comunque, perché ci abbiamo lasciato una parte di cuore, mamma e papà, fratelli e sorelle, le persone con le quali siamo cresciuti prima di capire che, per forza o per amore, il nostro posto era altrove.

Ma per tutti, o quasi, al ritorno a casa c’è sempre un luogo in cui sembra che il tempo si sia fermato, e al tempo stesso dà la misura di quanto siamo cambiati: la nostra cameretta, quel posto che, ogni volta, è uguale a come l’abbiamo lasciato.

La stanza del figlio è una sorta di tempio, lo scrigno dei ricordi e dei segreti di una vita che fa parte del passato ma che resta là, inchiodata a quelle quattro mura un tempo (e per qualcuno ancora oggi), tappezzate di poster di band e foto con persone di cui, a volte, a stento ci ricordiamo, effusa e cristallizzata nei mille soprammobili polverosi, piccoli idoli per nostalgici adoratori del ricordo.

Dentro quelle mura, nel mio caso tinte di un rosa antico frutto di bizzarre e a me ignote mescolanze di vernice, è passato di tutto: amori, odi, pianti disperati e risate a crepapelle, segreti e rivelazioni. La scoperta dell’adolescenza che ha lasciato il posto, pian piano, alla consapevolezza dolorosa dell’essere adulti, la spensieratezza divorata dall’angoscia del non trovare un posto al di fuori di quello spazio sacro, fino a quell’ultimo sguardo lanciato al letto, ai libri, ai mille ricordi lasciati dietro la porta che si chiude verso un futuro incerto ma sempre preferibile alla precarietà.

E quando torniamo, per un attimo è come tornare indietro, coccolati dai ricordi, nuovamente a contatto con quella vita che ormai non ci appartiene più. Ma dura poco: l’armadio è vuoto, le nostre cose sono ancora in quella valigia e di nuovo ci torneranno, la polvere non farà in tempo a posarsi che saremo nuovamente altrove. E, forse, è così che dev’essere: perché di quella vita, la nostra cameretta è solo un simulacro, il mausoleo dell’adolescenza e della prima giovinezza, a cui rivolgere un pensiero, magari una lacrimuccia, ma che non fa più parte di noi.

Perché siamo cresciuti, siamo uomini e donne con un vissuto, con i nostri spazi, i nostri tempi, le nostre abitudini che a volte fanno fatica a trovare posto là dove siamo cresciuti, perché, nel momento in cui metti nuovamente piede in quella cameretta, anche per i tuoi genitori è come se non fosse cambiato nulla, come se fossi ancora quel ragazzo che 10 anni fa era il sacerdote di quel tempio: come se quegli spazi e quei tempi non fossero più tuoi, nuovamente adeguati alle piccole consuetudini domestiche diverse dalle tue.

Ma, nonostante tutto, ogni volta che vai via ti auguri di trovare sempre tutto come mille volte l’hai lasciato, e rifai il letto e metti a posto tutto come se volessi cancellare le tracce dell’ennesima partenza, come se tutto dovesse ripartire da capo, ogni volta. E lanci ancora l’ultimo sguardo, tiri su la valigia, e chiudi la porta, e saluti ancora una volta la tua vita che hai lasciato indietro, che resta là, ad aspettarti, ancora, immobile, accogliente, rassicurante. Che c’è stata, c’è, e sempre ci sarà.

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