Le dita cucite

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..improvvisamente sentono delle urla, Jamila si sveglia spaventata, la figlia inizia a piangere. Cinque uomini armati entrano nella stanza e prendono due donne dai capelli e le trascinano fuori. Le donne scalciano, piangono, li supplicano di lasciarle andare, ma niente è riuscito a fermare quegli uomini. 

Le altre donne piangono, pregano e tremano. Una donna dice a Jamila che quelle ragazze saranno stuprate e, chissà, forse anche uccise. Stuprate come tutte quelle donne in quella stanza fredda, buia e sporca.
 Lei inizia a piangere ma non vuole spaventare la sua piccola, farà di tutto per non permettere a nessuno di toccarla. Jamila passa altre due notti in quel posto dove non è riuscita più a chiudere gli occhi. Lì ha perso la cognizione del tempo e dello spazio. 

L’indomani altri uomini si presentano in quella stanza e questa volta toccherà proprio a lei. Jamila scalcia, cerca di mordere e picchiare gli uomini, esce tutta la sua forza per liberarsi e riprendersi la sua piccola, ma non ce la fa. Jamila viene portata in un’altra stanza, altri uomini aspettavano lì e tenevano in mano dei fucili. In arabo ordinano a quegli uomini di spogliarla, lei urla, si agita, tira calci e pugni ma nulla serve. 
Jamila sente una grande botta sulla testa e dei calci sullo stomaco, un fischio all’orecchio e non riesce più a vedere nulla, piange e prega Dio. 
Jamila viene stuprata, una, due, dieci, quindici volte…e per l’ennesima volta si è arresa alla sorte. 
Il suo unico pensiero è sapere dove sia la sua Yasmine e questo le fa scendere le ultime lacrime prima di buttare un urlo straziante. Jamila viene accoltellata all’addome.
 Gli uomini la rivestono e la riportano sanguinante e incosciente in quella stanza. Viene abbandonata a se stessa. Piange, si contorce, le donne cercano di bloccarle l’emorragia. Yasmine non c’è e le donne le dicono che è stata portata via da altri uomini. 

Dopo ore Yasmine rientra in compagnia di altri soldati, loro le minacciano, questo è solo un assaggio, vogliono i soldi. Anche la piccola è stata stuprata, è stata torturata, gli uomini le hanno cucito le dita ridendo delle sue sofferenze. Quel posto si stava trasformando in un inferno. 
Io non riesco a credere a quello che stavo ascoltando e mi rendo conto di essermi fermata alla parte anagrafica del questionario da compilare perché questa storia non poteva essere ascoltata se non guardando gli occhi in lacrime di quella donna sopravvissuta che ho davanti. 
Le porgo la mia mano e stringo forte la sua, ho gli occhi lucidi. Nella mia mente si susseguono le immagini di quel che mi stava raccontando, riesco a sentire pure le sue urla. 
Jamila mi molla la mano e mi dice “ti faccio vedere una cosa”. Alza il suo abito e mi mostra un’enorme cicatrice, un grande buco sul fianco sinistro. Mi dice che quella ferita non è mai stata guarita in tutti quei mesi di inferno in Libia, che le infezioni le hanno fatto salire la febbre e ha rischiato di morire ma ha resistito. Prende la mano di Yasmine e mi mostra le sue dita, sono piene di cicatrici e sono evidenti le cuciture. 
Il motivo non è mai stato capito da nessuno. Davanti a quelle immagini mi è venuto automatico portami la mano sulla bocca come per soffocare un urlo di dolore. 
Jamila continua a raccontarmi che è stata venduta ad una famiglia libica per lavorare come donna delle pulizie e che grazie a quella famiglia è riuscita a scappare dalla Libia per venire in Italia.
Le loro ferite sono state guarite per bene con delle operazioni chirurgiche in Italia ma le vere ferite che portano dentro non guariranno mai.
Monia Ben R’houma

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