L’era degli uragani

Abbiamo avuto periodi glaciali, e periodi caldi, umidi e torridi. Abbiamo camminato vestiti di pelli sui ghiacciai nel periodo di Würm. Abbiamo strappato l’acqua ai deserti nell’interstadio di Riss. Oggi è l’era degli uragani.

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Anche se alcuni siti statunitensi cercano di minimizzare, l’uragano Dorian con punte di venti a 300 chilometri orari, appartiene alla schiera sempre più fitta delle anomalie. Le Bahamas sono state devastate, con un bilancio parziale di 44 morti e migliaia di dispersi. Le immagini aeree di Marsh Harbour alle Bahamas, cittadina isolana che fronteggia come a proteggerla Miami, sono impressionanti (guarda qui). Un catafascio di legno e lamiere fanno sembrare Marsh Harbour non più un insediamento umano ma una discarica a cielo aperto, uno spettacolo che ricorda i bombardamenti della seconda guerra mondiale. Gli abitanti della Florida, più fortunati, hanno visto smorzarsi la furia di Dorian dopo che aveva masticato le coste bianche delle isole.

Certo, nei Caraibi e negli USA, uragani e tornadi ci sono sempre stati. Ma il 2017 è stato, tanto per cambiare, un anno anomalo.

Nella zona interessata sono stati 10 gli uragani, di cui 6 di grandi dimensioni. A questi aggiungiamo 30 tempeste tropicali. Un numero decisamente troppo grande per parlare di casualità: se teniamo conto che la media annuale è di sei tempeste delle quali solo alcune assurgono al rango di uragani, ci rendiamo conto che qualcosa non va.

Ma cosa succede? Perché queste tempeste trovano sempre più nutrimento e diventano sempre più devastanti? La risposta è nella temperatura dell’oceano, che è, a tutti gli effetti, il combustibile principale delle tempeste tropicali. 26/27 gradi di temperatura dell’acqua sono l’ideale per il formarsi di uragani come Dorian, ad esempio.

Noi siamo forse più fortunati. Eventi climatici estremi avvengono sempre di più anche alle nostre latitudini, ma perlomeno non siamo confrontati con le agghiaccianti devastazioni degli uragani tropicali. Il ghiaccio si sta sciogliendo, le temperature salgono, questi vortici di violenza climatica saranno sempre più giganteschi e letali. Gli statunitensi che ancora si ostinano a seguire la linea di Trump devono avere davvero le fette di salame sugli occhi.

Eppure colpevolizzare solo gli statunitensi sarebbe sbagliato. Anche da noi, ci sono persone, gruppi politici e media che negano l’evidenza. Solo pochi giorni fa era montata la polemica per un articolo negazionista sul Corriere del ticino (leggi qui), che seguiva un commento di Robi Ronza sulla stessa linea. Per sostenere le proprie tesi si tirano in ballo i soliti autorevoli scienziati, che sono poi quattro squinternati gatti, dove il 98% della comunità scientifica asserisce invece il contrario.

Questo negazionismo, pari a quello dell’Olocausto, è un insulto all’intelligenza umana, alla scienza e alle esperienze che viviamo sulla nostra pelle ogni giorno. Quando uragani mostruosi (e arriveranno) massacreranno le coste degli USA, Trump probabilmente non sarà più presidente, ma i danni che avrà fatto con i suoi accoliti in tutto il mondo, saranno forse letali e difficili da correggere.

La politica non c’entra più ormai, conta la sopravvivenza nostra, egoistica, ancestrale. Noi vogliamo vivere e vogliamo dare un futuro ai nostri figli. O almeno lo vuole la maggior parte di noi. Scopare lo sporco sotto il tappeto negando evidenze palesi, è un attentato alla vita umana.

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