L’era del cinghiale radioattivo

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Facciamo fatica a stoccare le scorie radioattive, non abbiamo più dove depositare l’acqua di raffreddamento dei reattori, non riusciamo a dimenticare il disastro di Chernobyl e ancora oggi ne paghiamo le conseguenze, mangiando selvaggina e funghi radioattivi. Spesso i cacciatori si vedono costretti a buttare il loro bottino di caccia, soprattutto pensando ai cinghiali abbattuti in Ticino in questi giorni, dato che risultano essere ancora fortemente contaminati dal Cesio 137, un isotopo radioattivo.

Noi però continuiamo a chiamarla energia pulita, in effetti, in apparenza non è sporca, perché non è nera come il carbone, non è fossile come i carburanti e non è puzzolente come il gas. Eppure ci ostiniamo a non voler capire. C’è voluta la catastrofe nucleare di Fukushima nel 2011, per far sì che Doris Leuthard, l’allora Consigliera federale, indicesse una moratoria di dieci anni sulla costruzione di impianti nucleari, dichiarando che la sicurezza della popolazione ha la priorità assoluta.

Nel 2016 poi, il popolo svizzero ha respinto l’iniziativa popolare che chiedeva la chiusura di tutte le centrali nucleari presenti in Svizzera entro il 2029. Pare che a influire sul risultato sia stato, tra l’altro, il timore di una maggior dipendenza energetica dall’estero. Dulcis in fundo, la Svizzera continuerà a produrre energia atomica per almeno i prossimi venti o trent’anni. Strana gente siamo, che abbiamo paura della dipendenza dall’estero, ma non della radioattività.

Le nostre centrali nucleari ancora attive sono quelle di Beznau I & II, Mühleberg, Gösgen, e Leibstadt. Ci sono poi in funzione anche tre reattori di ricerca, all’istituto Paul Scherrer di Würenlingen, al Politecnico federale di Losanna e all’università di Basilea. Il deposito intermedio nazionale per le scorie radioattive, lo ZWILAG di Würenlingen, che organizza pure visite guidate, viene sorvegliato dall’IFSN (Ispettorato federale della sicurezza nucleare).

Ma torniamo ancora ai nostri cinghiali radioattivi, animali che si nutrono prevalentemente di ciò che trovano nel sottobosco, ed è proprio nel sottosuolo che, dopo che le precipitazioni hanno ripulito l’aria, i materiali radioattivi si sono depositati lentamente. Per esempio, il Cesio 137, è presente in concentrazioni parecchio maggiori rispetto alla superficie.

In questi strati profondi cresce una specie particolare di fungo, detto tartufo dei cervi, che ha la proprietà di accumulare il Cesio 137. Per noi non è commestibile, ma i cinghiali lo considerano una prelibatezza e, a seconda della quantità di funghi consumata dall’animale nel mese precedente alla caccia, la sua carne può venirne ancora una volta fortemente contaminata.

Nel 2015, 29 anni dopo l’esplosione del reattore nucleare di Chernobyl (nell’attuale Ucraina), nella carne di un cinghiale abbattuto in Ticino è stato raggiunto un valore record di Cesio 137, pari a 9900 Bq/kg, ossia otto volte oltre il valore limite. Va anche detto che le misurazioni degli ultimi anni hanno confermano una tendenza alla diminuzione generale della radioattività.

Fatta eccezione però per la carne di cinghiale, che ancora oggi può raggiungere valori di alcune migliaia di becquerel di Cesio 137 per chilogrammo dove i valori sembrano addirittura aumentare, motivo per cui l’ufficio del veterinario del Cantonale effettua dal 2013 misurazioni sistematiche di radioattività sui cinghiali abbattuti.

Vista la stagione ed essendo in odore di cene a base di selvaggina, gli amanti del cinghiale sono avvertiti: le cene luculliane a base di salametti e salmì di cinghiale dipenderanno innanzitutto dalla sua golosità e non dalla nostra. I cacciatori abbatteranno cinghiali senza sapere se potranno anche mangiarli. Tanta fatica per nulla, ma in fondo la caccia è uno sport e la pericolosità delle centrali nucleari, un’opzione fra le tante.

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