Cultura non è natura

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La formazione in Cooperazione e Sviluppo mi ha resa consapevole della complessità dell’aiuto allo sviluppo e dell’importanza di considerare i 17 obiettivi dell’Agenda 2030. Quello che ha attratto particolarmente la mia attenzione è stato l’obiettivo numero 5 che tratta l’uguaglianza di genere, tema trasversale a tutti gli altri obiettivi.

Nello specifico, il punto 5.3 degli obiettivi di sviluppo sostenibile si impegna ad eliminare ogni pratica abusiva come il matrimonio combinato, il fenomeno delle spose bambine e le mutilazioni genitali femminili. Grazie alla mia origine egiziana e al mio vissuto personale nei riguardi del tema delle mutilazioni genitali femminili (MGF) ho avuto la possibilità di raccogliere testimonianze dirette.

Quando si parla di violenza sulle donne l’associazione con il genere maschile è immediata. Con la MGF, invece, si assiste ad un “colpo di scena”, dove compare la violenza delle donne su altre donne. Nella mia ricerca non ho voluto fermarmi alle apparenze e ho cercato di indagare le origini di questa pratica millenaria, chiamata infatti “circoncisione faraonica” ed introdotta ancora prima delle religioni monoteiste. Mi interessava comprendere il motivo per il quale le pratiche nascono e il motivo che le porta a mutare nel corso del tempo. È sconcertante realizzare quanto la tradizione anestetizzi le menti e la sensibilità umana, sostituendo la cultura alla natura.

Le interviste che ho fatto di persona sono il punto focale della mia ricerca, poiché grazie ad esse sono emersi molti temi e riflessioni sulla natura della cultura, sull’importanza di piacere agli altri e sul pericolo della disobbedienza. E ancora, il piacere sessuale femminile, il ruolo della donna e come viene considerata la sua sessualità dal medioevo fino ai giorni nostri. Vi è, di fatto, un DNA culturale comune frutto della brama di potere e di controllo del potere.

Nella conclusione si rimette in discussione l’intervento della cooperazione, attraverso diverse domande e considerazioni, soprattutto riguardo le mutilazioni invisibili di cui siamo tutti vittime, indipendentemente dalla società in cui viviamo. Tutto questo ha confermato l’importanza della comunicazione per gli esseri umani: condividere idee, opinioni e punti di vista.

Forse non ci ricordiamo più che la MGF, l’infanticidio, la violenza, la guerra e il razzismo sono pratiche dettate dalla tradizione, dall’ignoranza e dalla paura di sperimentare nuovi orizzonti, mantenendosi così ancorati al passato. In questo periodo storico ed in questo luogo geografico non mi sono indifferenti gli eventi (che si verificano regolarmente) legati alla migrazione. A tratti, sembra un ritorno al nazismo.

Allo stesso tempo credo profondamente nelle qualità dell’essere umano, per sua stessa natura un “essere cooperativo”, come afferma la psicologia sociale. Essere umano solidale, dotato di empatia ed in grado di amare in modo commuovente.

Riconoscendo nell’essere umano il suo enorme potenziale, la sua infinita bellezza e la sua capacità di cambiare il mondo cambiando la cultura, è necessario approfondire e così smascherare il significato della stessa. La cultura non è la natura, ma una “costruzione sociale utile ed inevitabile”, come sostiene Marco Aime, antropologo italiano.

Da qui nasce il titolo della mia ricerca: “Cultura non è natura”. Esistono infinite culture quanti lo siano gli abiti che si possano indossare ma, fondamentalmente, vi è un’unica cultura di base, quella umana.

Nel corso della mia ricerca ho indagato discipline come l’antropologia, la psicologia sociale, la mia esperienza professionale come artista ed interprete mediatrice interculturale, il mio vissuto da outsider e da figlia di una donna mutilata.

A mio avviso, soluzione al problema della cultura e delle mutilazioni invisibili sta nell’incontro umano, nel parlarsi, nel confrontarsi e nello scambiarsi non solo le ricette della cucina ma anche quelle di vita.

Il Prof. Marcel Tanner è arrivato alla conclusione che per generare lo sviluppo è necessario condividere e confrontarsi: “share and compare”. Condividere i risultati ottenuti e confrontarli con altre persone coinvolte in altri progetti; parlarsi, ragionare assieme e trovare una nuova via. Il mondo sta ricevendo una grande opportunità in cui i flussi di movimento (volontari oppure obbligati) hanno raggiunto l’apice e mi auguro che possiamo sfruttare bene questa preziosa opportunità di arricchimento reciproco. Ritengo che ognuno di noi sia un mondo unico ed irripetibile, e dunque approcciarsi al prossimo con la cura e la curiosità di un antropologo eviterebbe tanti conflitti relazionali e nel mondo.

Da sempre nella mia immaginazione c’era la visione che in passato le persone viaggiassero per conoscere il mondo e per sapere come funzionasse da un’altra parte, in modo da migliorare la propria esistenza. Aime spiega che abbiamo così tanta ricchezza a livello culinario e musicale, grazie alla circolazione delle informazioni e all’apprendimento naturale per imitazione. Sempre Aime sostiene che la nostra mente si nutra di relazioni: infatti, ci relazioniamo l’uno con l’altro e con il mondo circostante. Egli mette l’accento sull’esperienza del dialogo, poiché è grazie ad esso che la mente si forma, si modella, vive, crea e si evolve. Sulla base del pensiero di Aime, l’atto di creare significa spezzare un orizzonte dato e superarlo; ma la creatività è anche ciò che consente agli esseri umani di stare al mondo e di continuare ad alimentare quel lunghissimo processo chiamato “evoluzione”.

Anche il rapporto delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP) conferma che la migrazione o mobilità umana è un fattore essenziale per lo sviluppo umano. Lasciamo che le persone possano godere del diritto di migrare, muoversi, conoscersi, scambiandosi opinioni ed esperienze di vita. In questo modo il cambiamento avverrà da sé e non saremo più intrappolati nella catena che noi stessi ci siamo creati. Per fare questo, le frontiere non devono esistere e le persone devono essere libere di circolare. Ci siamo scordati che la terra è di tutti e di nessuno in particolare, e che il nazionalismo altro non è che una sorta di brand, con una etichetta chiamata bandiera, un inno nazionale ed una narrazione, spesso errata. Il nazionalismo ci fa credere migliori degli altri, sviluppando la competizione e separandoci dai nostri fratelli. Al contrario, come esseri umani abbiamo bisogno di unirci e sviluppare le nostre qualità innate, come la cooperazione e la solidarietà.

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