Ottantadue piccoli testimoni di bronzo

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L’Olocausto è roba vecchia, passata, questione da lasciarci alle spalle, perché il nostro è un mondo nuovo e diverso, dove non c’è posto per i genocidi. Oppure no, e ce lo ricordano dei piccoli testimoni immobili.

Ottantadue piccoli testimoni di bronzo, col verde dell’ossido che piano piano ricopre la superficie, coi fiori del gelo che si irradiano tra i capelli e gli occhi. Occhi fissi e immobili nel tempo, che raccontano il dolore dell’uomo.

Vent’anni ci sono voluti alla scultrice Marie Uchytilova per realizzare quest’opera, iniziata nel 1989, un lavoro che si può definire davvero monumentale. Perché un monumento è ricordo, è arte, ma anche parole e ricordi, è commemorazione.

Questi ottantadue bambini di bronzo sono i bambini di Lidice, in quella che una volta era la Cecoslovacchia, deportati a Chelmno nel 1942, furono gasati poco dopo il loro arrivo. Non erano ebrei, ma Cechi, e il loro villaggio venne cancellato per rappresaglia dopo l’uccisione di Reinhard Heydrich, uno dei peggiori boia nazisti di allora e protetto di Hitler. I bambini in tutto erano 99, ma diciassette furono definiti “germanizzabili” (sufficientemente ariani) e affidate a famiglie tedesche, per gli altri 82 non ci fu scampo.

Sono solo un pugno tra le migliaia, un manipolo tra i milioni. Ciò che li rende speciali è il lavoro di Marie, che non ha messo solo maestria nella sua opera, ma anche passione e dolore. Perché non si intraprende un lavoro del genere solo per amore dell’arte, lo si fa per amore dell’uomo, di tutto quello che c’è di buono nell’umanità, la comprensione, l’affetto, la gentilezza, la capacità di fare scivolare gli altri nella morte tenendogli la mano.

Questi ottantadue bambini di bronzo, ricostruiti raccogliendo in modo maniacale tutta la documentazione possibile su di loro, fanno impressione. Ci guardano dalle cornee vuote di metallo, si tengono per mano indissolubilmente, si appoggiano l’un l’altro nell’abbraccio del bronzo, la lega nobile che resiste al tempo.

È il gruppo a fare impressione, quei branchi di bambini di paese dei tempi passati, dove tutte le età si mescolavano e dove i più grandicelli erano mentori dei più piccoli. Vediamo perciò volti gravi di genitori in erba, che accudiscono mocciosetti in canottiera, vediamo visi paffuti incisi nell’argilla, da cui poi si crea il calco per la fusione di metallo. Visi che si sono fusi, ottant’anni fa, nei crematori dei campi, nell’Olocausto non solo di un popolo ma di tutta l’umanità.

Quei bambini mai cresciuti, oggi hanno su di sé tutto il peso del ricordo, e ce lo impongono coi loro sguardi, con le espressioni corrucciate, spaventate, vulnerabili. Quei bronzi risuonano come campane per chiamarci a raccolta, per rammentarci quanto possiamo essere orribili, laidi e angosciosi. Viene voglia di accostarsi a quel gruppo da dietro, di mettere le mani su quelle spalle e quelle teste, per guardare di fronte insieme a loro, per trasformare i nostri occhi in bronzo anch’essi, per farli diventare pallottole. Viene voglia di spingere, di trasformare il metallo in carne, di scostare ai lati quei corpicini e andare avanti, sempre di più, per guardare negli occhi il mostro e diventare baluardo.

Perché quello che ci chiedono ancora oggi quei bambini, nell’urlo della lega di rame e stagno, è di difenderli, di proteggerli e di accudirli, di fare diventare il mostro una madre. Un compito impossibile ci chiedono quelle statue, ma non possiamo fare a meno di intraprendere questo viaggio, perché se il mostro è parte integrante di noi stessi, lo è anche la madre, in una lotta geologica ed epocale, in uno scontro che travalica il tempo e lo spazio.

Ecco perché la memoria dei morti è importante, perché ci ricorda il perché siamo vivi. Perché ci ricorda che siamo un branco, fuso nella carne, legato nelle anime e che un uomo, da solo, è solo un uomo.

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