Qualcuno ha fatto la spia

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È una spia. Già. L’agente che ha rivelato le trascrizioni dei discorsi in cui Trump fa pressioni sul presidente ucraino per fregare il figlio di Joe Biden è una spia. Sembra di essere all’asilo. Questa è la cifra morale del presidente USA, che colto in castagna frigna perché qualcuno ha parlato.

Questo tipo di dichiarazioni, sono ormai ridicole solo per noi. La valanga di accoliti di Donald non verrebbe scalfita nemmeno se Trump fosse trovato a letto con una scolaresca del Rhode Island.

Ma vedere un presidente in carica che dà della spia a chi ha smascherato una porcheria di tale portata lascia sinceramente esterrefatti. È come se l’ex presidente Bill Clinton avesse dato della linguaccia  a Monica Lewinsky quando aveva svelato una relazione con lui, con tanto di prove biologiche.

Oggi non è più il tempo degli imbarazzi o delle scuse. Trump, in pieno stile sovranista attacca. Attacca sempre, in ogni situazione, anche se messo all’angolo, che è poi quello che ama chi lo vota. Come un diavolo della Tasmania, anche se messo alle strette, digrigna i denti, sfodera gli artigli e cerca di azzannare tutti.

L’antefatto è semplice. Il figlio di Joe Biden è nel consiglio di amministrazione di una ditta ucraina.Nel corso delle indagini su delle irregolarità viene assolto, insomma, non c’entra nulla. Joe Biden, già vicepresidente di Obama è attualmente il democratico più papabile per contendere lo scranno presidenziale a Trump. Il presidente USA telefona al presidente ucraino Volodymyr Zelensky per fare indagare Biden padre, con l’idea che lui avrebbe cercato di proteggere il figlio. Insomma, cerca di far aprire un filone di indagine per infangare il suo avversario in vista delle elezioni del 2020.

“Non importa se si è democratici o repubblicani quando un presidente che ha giurato per proteggere la Costituzione usa la sua posizione per cercare di estorcere qualcosa a un Governo straniero per i suoi motivi politici”

Ha dichiarato Hillary Clinton, che si vide azzoppata alle precedenti elezioni, come principale antagonista di Trump, in seguito allo scandalo delle mail di Stato spedite con un account privato. Un errore formale ma ben diverso dal punto di vista etico.

Ma etica e Trump sono due parole distanti come Titano e Venere. Pretendere che la politica statunitense, come la nostra peraltro, sia adamantina e pulita come un lago di montagna è un’illusione. Ciò che però sconcerta in questi personaggi è l’aggressività latente e costante, la sbruffonaggine, l’ego sproporzionato.

E infatti, Trump sembra fregarsene e come sempre grida al complotto, minaccia, minimizza. I democratici sono di fronte a un dilemma. Un personaggio così catalizza rabbia e livore, ma buona parte dell’elettorato USA, disilluso e deluso, non va a votare. Non saranno certo le beghe, seppur sacrosante, a mettere in difficoltà Trump, ma una narrazione positiva, aggressiva e vincente, che tende a escluderlo dalla ribalta, sennò sul palco sarà sempre lui la prima donna.

Manca più di un anno alle presidenziali USA, e in un anno possono succedere una miriade di cose. L’unica speranza che noi possiamo coltivare è che l’era Trump termini tra poco, anche solo per salvare il salvabile a livello planetario. Ricordiamo infatti che gli USA sono i secondi inquinatori mondiali (recentemente superati dalla Cina) e con Trump tutti gli sforzi e gli accordi fatti per cambiare rotta sono stati letteralmente fucilati.

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