Samba eroe per un giorno

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Si chiama Samba Diagne, e ha 52 anni. Quasi la mie età. Samba, qualche giorno fa, a Milano, ha steso un pazzo, un presunto terrorista, che ha pugnalato un soldato con delle forbici. Samba è un immigrato senegalese in Italia da trent’anni. cinque figli e una famiglia in Senegal che si illude ancora di poter portare in Italia.

Samba è quello che i salviniani, chiamano ironicamente “risorsa boldriniana”. Siamo sicuri che queste signore e signori taceranno dalle loro pagine social l’evento che ha portato Samba ad esser eroe per un giorno.

Samba viene da Niagane, un villaggio in quella parte secca e asciutta del Senegal, a ridosso della Mauritania, dove alcune sporadiche acacie contendono ancora al deserto il terreno. Perché il Sahara è lì, sempre più vicino e presente, soprattutto ora coi cambiamenti climatici in atto. Nove milioni di chilometri quadrati di sabbia riarsa e di dune, un milione di abitanti, perché nel Sahara la vita è quasi impossibile.

Samba però vive in Italia, l’uomo che vedeva il deserto ogni mattina all’orizzonte ha fatto di tutto, il muratore, il metalmeccanico, ha lavorato nella sicurezza e oggi è disoccupato. Stava andando al mercato per cercare dei vestiti da poco prezzo per i figli, quando ha dovuto affrontare una scena che avrebbe spaventato la maggior parte di noi.

All’altezza di piazza Duca d’Aosta, un ventitreenne yemenita, attacca un militare con un paio di forbici al grido di Allah Akbar. Quanto ci sia di terrorista in uno spostato che con un paio di forbici cerca di pugnalare i passanti non lo sappiamo, il soldato se la cava, le ferite non sono profonde. E gli scopi dello yemenita non interessano nemmeno a Samba, che non è uno abituato a stare con le mani in mano.

In piazza ci sono anche dei carabinieri della divisione Lombardia, che cercano di immobilizzare il folle, ma non sembrano agire sufficientemente in fretta. Samba chiede a loro un manganello: “datemi un manganello, vi assicuro che lo stendo con un colpo”,ovviamente i carabinieri gli rispondono: “stai scherzando?”

Samba rimane e cerca qualcosa da usare per affrontare il pazzo.

“Non potevo andarmene. Ho visto con la coda dell’occhio che a un palo stradale, lì vicino, c’era la catena di una bicicletta che avevano rubato. Sono andato a prendere la catena, che si è sfilata facilmente, e sono tornato verso quel tizio, gli ho dato un colpo netto forte alla spalla e l’ho steso,*”

Ha dato un calcio alle forbici e a quel punto i carabinieri hanno immobilizzato l’attentatore.

Poteva andarsene, Samba, scappare, ma ha deciso di agire, una cosa che molti di noi non fanno, privi del senso della collettività. Quell’uomo poteva ferire altre persone, semplicemente, e allora Samba del Senegal ha deciso che poteva mettere in gioco al sua vita.

A fine intervista, Samba approfitta del giornalista per fare un appello:

“(…) Senta, posso dire un’altra cosa? In questo momento non ho un lavoro. Ne avrei bisogno. Ne ho fatti tanti, di lavori”.

Ne ha fatti tanti, faticosi, come dice lui, ora è senza e ha cinque figli a casa. Samba è stato eroe per un giorno, ma la fredda Milano se lo scorderà presto. Il nostro augurio è che Samba lo trovi un lavoro, un altro lavoro, l’ennesimo, dove gli piace lavorare e dove imparare tante cose, come ha raccontato. Perché Samba è uno che si accontenta, e che fa. La gente che guarda il Sahara forse è più coraggiosa, non lo sappiamo, di certo il coraggio c’è nell’emigrare e nello star lontano per decenni dalla famiglia, con sporadiche visite in cui abbracciare i propri cari sopravvivendo alla malinconia.

“Yendu ak jàmm”, Samba. Buona giornata a te, e che il sole di Milano ti baci in fronte per una volta.

*Dialoghi tratti dall’intervista a Samba Diagne su Repubblica

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