Una paga (e una vita) da fame

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Giovedì 19 settembre, Falò ha presentato un interessante (e ben fatto) servizio sul mondo del lavoro in Ticino (guarda qui), facendo emergere una situazione che si potrebbe definire in diversi modi, uno dei quali è scioccante. 

Nel servizio si parla di persone assunte con un contratto e una paga a metà tempo e fatte lavorare a tempo pieno (soprattutto nella ristorazione), lavoratori a cui viene pagato solo il tempo di lavoro effettivo ma non i trasferimenti, e si tratta di persone che in un giorno partono dal Ticino per andare a Ginevra e ritorno per un lavoro effettivo di 4-5 ore, di autisti costretti a lavorare ben oltre gli orari legali, di architetti che lavorano praticamente gratis.

Tutto questo nella quasi totale legalità o perlomeno grazie a una legislazione illogica. Ad esempio, i controlli degli ispettori nel settore della ristorazione devono essere annunciati con alcuni giorni di anticipo, la ditta che paga solo il lavoro effettivo sembra che rispetti pienamente la legislazione svizzera e pratichi molti altri sotterfugi possibili, grazie all’assenza di controlli e leggi inefficienti.

Il consigliere di Stato presente in studio ha più o meno giustificato questa situazione con la motivazione che il mondo del lavoro sta cambiando e che lo Stato può fare poco per controllare il mercato. Posizione discutibile ma che si può capire se si pensa che da un paio di anni si sta discutendo sul salario minimo: 19, 19,50 o 20 franchi l’ora, come se la differenza di un franco fosse centrale per l’economia ticinese. 

Il nocciolo della questione, non sta tanto nel mercato del lavoro in mutamento, ma nel fatto che negli ultimi 40 anni si è proceduto a una progressiva e continua deregolamentazione del mercato con l’obiettivo di renderlo il più simile possibile ai testi di economia politica (dominante, ma basta su basi teoriche sbagliate) che non ha fatto altro che favorire il capitale a scapito del lavoro. La spiegazione politica – quelle poche volte che ci si avvicina al problema centrale – è che questo è l’andamento dell’economia mondiale e che se non ci si adegua (ad esempio per le tassazioni) le aziende se ne vanno e si perde in competitività.

La verità è che non si è fatto altro che favorire un mercato del lavoro che è sfruttato da personaggi senza scrupoli e senza morale per i quali il lavoratore non è molto diverso dalla macchina del caffè o dall’autocarro che deve guidare. Per carità, ci sono ancora datori di lavoro degni di questo nome – come emerge anche dal filmato – ma sembrano più che altro dei borderline che non sanno approfittare della situazione. Chiaramente non è così: sono imprenditori che sanno che la forza lavoro è un elemento centrale della loro attività e che è grazie al loro impegno che l’attività può crescere e garantire risultati equi per tutte le parti in causa. E questo dovrebbe capirlo anche la politica. Se le leggi non funzionano bisogna cambiarle, se i controlli non sono efficienti bisogna modificarli e se i controllori sono insufficienti bisogna aumentare il loro numero e il loro potere sanzionatorio.

Un ruolo centrale dovrebbero averlo i sindacati, ma non sempre è così. Per vari motivi. In primo luogo, perché non hanno capito abbastanza in fretta che il mondo sta cambiando, ma anche perché spesso non sanno o non possono intervenire. Ma anche perché il numero degli iscritti continua a calare.

Discutendo con un amico del servizio di Falò, mi chiedevo come mai questi lavoratori sfruttati e sottopagati non si ribellino, ma il mio amico è stato lapidario: “perché se devi mantenere una famiglia e pagare le fatture, non puoi permetterti di sprecare tempo e energie e devi accontentarti di quello che ti arriva giorno dopo giorno”. 

Ma allora che differenze ci sono tra la situazione di queste persone (molte più di quanto si possa immaginare) e la situazione degli operai dell’800 descritti da Friedrich Engels nel suo libro “La situazione della classe operaia in Inghilterra” o in quello più recente di Barbara Ehrenreich “Una paga da fame. Come (non) si arriva a fine mese nel Paese più ricco del mondo”?

La risposta sta forse nello sguardo di una signora intervistata da Falò, che ha rifiutato il giochetto di firmare un contratto di cameriera a metà tempo, ma con lavoro a tempo pieno; uno sguardo incredulo che sembra chiedersi come nel 2019 in uno dei Paesi più ricchi del mondo lei abbia dovuto subire una simile umiliazione.

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