A spasso con i Dayak

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La bella mostra allestita al Museo delle Culture di Lugano ha fatto riaffiorare in me ricordi ed emozioni nascoste in un cassetto della memoria, ricordi dei sei mesi trascorsi nel Borneo a stretto contatto con i Dayak, i tagliatori di teste. Vivendo la loro quotidianità, seguendo i loro ritmi, i loro riti ancestrali e le loro tradizioni millenarie. Un periodo emozionante e insieme sconvolgente.

In viaggio verso il Borneo

Era il 1988 e decido di andare a trovare mio zio che da venti anni abitava a Balikpapan, ultimo paese nel perimetro ancora “civilizzato” della foresta del Borneo, terza isola più estesa al mondo. Arrivo a Giacarta, dopo un volo di 22 ore e lì mi fermo alcuni giorni per acclimatarmi. Nella capitale odori di latrina ovunque e un insopportabile caldo umido. Riparto così con un volo interno per Balikpapan prima di immergermi nella parte indonesiana del Borneo denominata Kalimantan.

Là dove il paese non ha più nome

A Balikpapan, una baracca di lamiera fa da aeroporto e due casse di legno capovolte sono il check-in. Fuori, un bimotore ad elica mi aspetta, a bordo un pilota improvvisato. Dall’alto la vista è mozzafiato, le anse del fiume si rincorrono e sfioro quasi la foresta. Non puoi far altro che ammirarne il verde che si estende a perdita d’occhio come una coperta che avvolge ogni cosa. Atterro su di una pista di terra battuta, cammino due ore per raggiungere il fiume e poi proseguire in canoa. Iniziano improvvisamente le piogge, ci ripariamo in una capanna ma poi proseguiamo sulla terra ferma. Il fango mi arriva alle cosce. Allora decidiamo di camminare sui cadaveri dei tronchi degli alberi che sono caduti. Dopo due giorni di piogge incessanti torna il sole, una nebbiolina sale dal terreno assieme all’odore dolce della terra, proseguiamo via fiume e ci addentriamo nella foresta dove i villaggi non hanno più un nome e sono solo dei piccoli insediamenti lungo il fiume.

La forza della donna

Raggiungiamo un villaggio all’interno della foresta, ci viene offerto un tè di benvenuto che beviamo in silenzio. Gli indigeni ci scrutano da capo a piedi. Dopo le presentazioni chiediamo al capo villaggio di poterci fermare alcuni giorni. Un gruppo di donne mi accompagna su di una palafitta aperta. Campi coltivati tutto intorno e sul focolare carne di scimmia. Mi spogliano, mi danno un telo e ci mettiamo in cerchio a masticare delle bacche rosse leggermente allucinogene. È un modo per essere accettata. Il rito viene ripetuto ogni giorno dopo il lavoro nei campi, perché sono loro che portano a casa il cibo. L’uomo cura la capanna dall’assalto degli animali e si occupa di pesca.

Al ritmo della natura

Nel corso del primo giorno assistiamo alla morte di un bimbo completamente disidratato a causa di un’infezione dopo aver bevuto l’acqua del fiume. Noi con un antibiotico l’avremmo salvato. Mi sento impotente, ma mi rendo conto che lì la realtà segue altre regole. Alcuni giorni dopo assisto a un parto, è privilegio raro. Appena un’ora dopo la donna va nei campi, lascia il neonato e se al ritorno è ancora vivo, lo allatta, altrimenti significa che non sarebbe stato abbastanza forte da sopravvivere nella foresta. Ti commuovi perché lui non ce la fa. Rabbia e dolore affiorano in me, ma, di nuovo, sono le loro usanze e non mi resta che accettarle.

Vita comunitaria

Per il pasto principale le donne sono divise dagli uomini, mentre quello serale è comunitario e si rimane seduti attorno alle ciotole di riso per ore a parlare del giorno appena trascorso, a raccontarsi degli assalti scampati, a tatuarsi il corpo e intagliare pagaie. Oggi hanno avvistato un orango e raccolto diversi canestri di frutta, domani si fa festa al villaggio. Le feste non vengono scandite da una data, ma dal raccolto della giornata. A volte si invitano anche i villaggi vicini, allora ci si mette il telo più colorato, si sfoggiano gli amuleti più belli e si condividono i frutti più maturi. A quarant’anni, la donna è anziana, la schiena logorata dal lavoro e il viso dal tempo. Le anziane tatuano le giovani e aggiungono cerchi nei lobi già lacerati e pendenti fino al torace. Ognuno di essi ha un significato, come anche ogni tatuaggio.

Il bagno coi coccodrilli

Lo stesso telo che indossi durante il giorno serve anche quando entri nel fiume. Qui, dopo un certo orario i coccodrilli, mi dicono, sono più tranquilli, ecco perché loro ci convivono e delimitano la zona con dei pali conficcati sul fondo del fiume. Entro in acqua, poco e veloce. A meno di venti metri da me spuntano gli occhietti delle creature sul filo dell’acqua.

Ricominciano i monsoni, non c’è tempo nella foresta, non c’è calendario, non c’è nulla. Vivi con loro e a scandire il tempo sono i loro canti e le loro musiche. Dormo su di una palafitta con delle stuoie adagiate sul pavimento, con dei veli a mo’ di zanzariera sopra la testa che proteggono anche dai ragni.

La notte del pitone

Una notte mi sveglio di soprassalto e sento un gran vociferare sotto la capanna. Momenti di agitazione che accompagnano la cattura di un pitone di sette metri che si aggirava da giorni nei campi. Domani lo si cucinerà e ci sarà un’altra festa. Prima del calare del sole si va a raccogliere rambutan e durian, dall’odore così forte e nauseabondo da essere vietato nei luoghi pubblici, con i bimbi appesi sulla schiena e le scimmie che ci seguono come cagnolini. Il pitone sembra un trancio di pesce spada e lo accompagnano a un brodo a base d’intestino di pesce essiccato e le consuete bacche da masticare, che mastichi per sopravvivere al pensiero di dover ritornare a casa dato che ormai ti senti uno di loro.

Acqua, fonte di vita e di morte

Passo le mie giornate con loro, mangio, bevo e l’unica cosa che cerco di far loro capire è che bollendo l’acqua, almeno le morti per infezioni intestinali diminuiranno. È difficile, dicono che l’acqua non va con il fuoco, non accettano subito. Prendi l’esempio del tè che bolle per ore. Spieghi loro che così l’acqua diventa potabile. Si fanno esperimenti, poi si mette a raffreddare l’acqua, alla fine accettano e lo comunicano attraverso il suono di una specie di corno agli altri villaggi. Durante i giorni di festa si può accedere alla palafitta del capo villaggio, si possono vedere alcuni dei trofei dei suoi antenati. Bellissimi pezzi d’arte primordiale e anche qualche testa umana, dato che loro sono anche famosi proprio per questa ragione. La sera mi ritiro a dormire in una palafitta con le donne nubili. Ci si pettina in silenzio.

Un verde mai più ritrovato

Quando riparto mi assale un’indicibile malinconia, se non fosse per il lavoro che mi aspetta, rimarrei qui a perdermi nella ricchezza di questo popolo. Devo lasciar decantare le emozioni e mi fermo a Jogyakarta, sull’isola di Giava. Luoghi bellissimi, ma mi manca la foresta con i suoi odori e i suoi suoni, ma soprattutto mi mancano loro, i Dayak, che mi salutavano dalle rive e capisco che non ritroverò mai più quel verde così intenso e che dopo averlo visto, annusato e vissuto, avrei anche potuto morire. Anche ora che scrivo a distanza di molti anni da quell’esperienza sono immersa nei colori, negli odori e nei suoni della foresta.

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