Aldin e i bimbi dimenticati dell’ISIS

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Guardo raramente la trasmissione di Italia 1 “Le Iene” e ho visto per caso la puntata di giovedì scorso sul caso di Aldin. La storia di questo bambino albanese di 11 anni, nato in Italia e che una sera di dicembre del 2014 la mamma convertitasi all’Islam radicale ha portato via con sé in Siria, dove ha raggiunto un combattente dell’Isis, mi ha sconvolta. Come Aldin, rinchiuso oggi in uno dei campi dei prigionieri dell’Isis, i bimbi dimenticati sono tanti e fra loro anche figli di donne svizzere che hanno sposato la causa di Daesh.

Orfano e ferito

Da mamma e nonna mi sono commossa fino alle lacrime al racconto della storia di quel bambino e della lotta che suo papà Berisha, uomo mite e ben inserito in Italia dov’è rimasto con le due sorelline di Aldin dopo la fuga della moglie con il primogenito una sera del 12 dicembre di cinque anni fa, sta portando avanti con l’aiuto della redazione di “Le Iene”. Prima per ritrovare il figlioletto in uno degli sconfinati campi di prigionia dei combattenti delI’Isis e delle loro famiglie nel nord della Siria e quindi, dopo averlo riabbracciato e aver sperato fino all’ultimo di poterlo riportare con sé a casa, per ottenere dalle autorità albanesi l’autorizzazione di fare uscire Aldin da quell’inferno.

Sconvolgente l’immagine di Aldin che arriva, zoppicando, fino all’entrata del campo dove in un container adibito ad ufficio di accoglienza lo aspettano il papà e il giornalista di “Le Iene”. Durante l’attesa, Berisha ha saputo che la mamma di suo figlio assieme al nuovo marito, ossia il terrorista dell’Isis raggiunto in Siria, e ai due figli avuti da lui sono morti in un bombardamento. Aldin, ferito ad un piede in quell’attacco, vive quindi da orfano in questo campo che rinchiude 70mila prigionieri tra cui 49mila bambini. Il ritrovo di Berisha e di Aldin dà un’idea di cosa avrà visto e vissuto il ragazzino in questi cinque anni: mentre il papà piange a dirotto nel ritrovare il figlio ormai undicenne, rapito dalla mamma quando aveva appena sei anni, Aldin non versa una lacrima, anzi è lui a rassicurare il padre quando quest’ultimo scopre, sgomento, il piede vistosamente ferito del ragazzino … “Non è niente” gli dice “”posso camminare” e queste semplici parole hanno il sapore della rassegnazione di chi l’infanzia e la spensieratezza le ha lasciate dietro di sé una sera di dicembre di quasi cinque anni orsono quando, senza dire nulla a nessuno, sua mamma l’ha strappato alla sua vita di bambino nato e cresciuto in Italia.

“I bambini degli svizzeri della Jihad”

Il tema dei figli dei combattenti dell’Isis e delle mogli che ne hanno sposato la causa e che sono ora prigioniere con loro nei campi del nord della Siria controllati dalle milizie curde fino alla viglia dell’attacco da parte dell’esercito turco, tocca da vicino anche la Svizzera. Due settimane prima di Italia 1, l’emissione “Falò” in onda su RSILa 1 ha trasmesso un documentario sullo stesso argomento. Intitolato “Gli svizzeri della Jihad”. Quest’interessante e coraggioso reportage della giornalista Anna Bernasconi ha ripercorso il viaggio degli svizzeri che hanno sposato la causa dell’Islam radicale per raggiungere i ranghi dell’Isis in Siria. Tra di loro il vodese Damien, partito nel 2013 all’età di 23 anni, dalla cittadina di Orbe e considerato come uno dei convertiti più pericolosi. In Siria Damien ha sposato una belga musulmana da cui ha avuto due figli. “Falò” ha ritrovato la moglie e i figli di Damien in uno dei campi di prigionia del nord della Siria, forse lo stesso dove Aldin aspetta ora l’ok delle autorità albanesi per potere raggiungere il papà e le sorelle in Italia. La moglie di Damien che continua a difendere la causa della Jihad islamica non ha più notizie del marito, ma non pare per nulla intenzionata a tornare ad una vita normale. Nel frattempo ad Orbe, la famiglia di Damien ha un’unica speranza, il ritorno in Svizzera dei bambini della coppia che hanno diritto ad una vita normale.

Madri di guerra

Nello stesso campo visitato dalla giornalista di Falò vivono altre mogli svizzere tra cui una ginevrina convertitasi all’Islam radicale e partita per la Siria con le tre figlie nel 2013 e una donna di Losanna mamma di una bambina di tre anni. Mentre la ginevrina, radicalizzata, ha fatto perdere le proprie tracce, la losannese si è pentita della propria scelta, ha rinnegato la Jihad e vorrebbe tornare in Svizzera con la figlioletta. Le autorità elvetiche non hanno ancora preso posizione sulla sorte che riserverà ai “suoi” prigionieri e se accetterà il loro rientro in Svizzera o come è il caso di altri stati se ne chiederà la condanna in Siria. I bambini però, che siano stati portati in Siria quando erano in fasce o che vi siano addirittura nati, sono vittime di scelte di cui non hanno nessuna colpa. Che ne sarà di loro in quei sterminati ed infernali campi dove le combattenti, per lo più foreign fighters dell’Isis dettano legge sino a praticare la sharia e dove la violenza è pane quotidiano?

Non lasciamoli soli

Come è il caso di Aldin, tanti di questi bambini sono rimasti orfani, non sono ovviamente più scolarizzati e vivono, a dir poco, in condizioni disumane. Se la tregua di cinque giorni concordata tra gli Stati Uniti e la Turchia non sboccherà in un cessate il fuoco definitivo e gli attacchi contro il nord della Siria da parte della Turchia riprenderanno, che ne sarà dei bambini qualora i loro Paesi d’origine non accetteranno di rimpatriarli? Come mi diceva, in una recente intervista, il responsabile dell’associazione di aiuto ai profughi “Stay Human” che opera in un campo profughi in Grecia, i bambini lasciati troppo a lungo in quei lager potrebbero, un domani, rappresentare una minaccia, diventare a loro volta spietati terroristi. Non dimentichiamoli, ricordiamoci di Aldin e dei suoi fratellini nella disgrazia prima che sia troppo tardi.

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