Camilla: i poveri non esistono

Una giovane ricca viziata di Lugano parteciperà al degradato format televisivo di MTV “Riccanza”, dove a divertirci sono rampolli straricchi che cuociono nel loro brodo.

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Avete presente Giovanni Battista e il suo ruolo? D’altronde mica si chiama Battista per niente. Stava li sul Giordano, coi suoi straccetti di pelle di cammello e battezzava a man salva tutti quelli che passavano di li. Non poteva farne a meno.

Stessa cosa per me. Quando ho visto l’articolo sul Corriere che parlava di Camilla Neuroni non ho avuto scelta. La ricca ticinese che parteciperà al realiti show di MTV “Riccanza”, urla vendetta al cielo dei pezzenti. Non farò facili battute sul suo cognome, che sembra messo lì apposta per farsi prendere per il sedere. Al format “Riccanza” partecipano i ricchi sfondati, un reality abbrutito che esalta le assurde pantomime di rampolli viziati e pieni di soldi. Quelli insomma che ti sbattono in faccia il loro potere d’acquisto, come Camilla Princess (il suo nome sui social, dove ha appena 200’000 followers), che nel video di presentazione (vedi qui), dice che ha 300 paia di scarpe… “a stagione” precisa subito dopo.

Camilla vive in un mondo dorato dove i poracci sono come le foglie secche d’autunno, da scopare via. “In Svizzera sono tutti ricchi, c’è un’altissima concentrazione di ricchi, non solo svizzeri…” Questo non rende simpatica la ricca Camilla. Ancora meno simpatica la frase sui poveri: “I poveri in Svizzera sono nei bunker, perché io non ne ho mai visti.”

No che non li hai visti, la miseria delle persone non è cibo per ricchi. Però, anche se non mi piace, un po’ la morale te la devo fare, Camilla Princess.

Sei una bella ragazza, anche se quello che hai speso per rifarti tette, labbra e naso, probabilmente è sufficiente a una famiglia ticinese per vivere sei mesi.

Mi spiace deluderti, la povertà c’è, solo che siamo bravi a nasconderla, e non è quella dei clochard, ma delle storie tragiche e minime di tutti i giorni. Gente malata, disadattata, con problemi psichiatrici, in assistenza, in invalidità. Persone che si trascinano giorno per giorno fuori dai bunker per trovare ogni giorno una motivazione. Non hanno 300 scarpe o la Rolls, non si possono rifare una vita, figuriamoci le tette. Non vanno alle sfilate a Milano ma a quelle fuori dal Tavolino Magico.

L’unica valle che conoscono è quella delle lacrime di biblica memoria, altro che Fashion Valley. Per Camilla: “…lavorare è stressante (lavorava da papà), ci sono orari da rispettare, scadenze, cose…cioè, non è proprio come fare shopping.”

Eh si, lavorare è stressante, Cami, ma è ancora più stressante perderlo, il lavoro, e noi “normali” li vediamo quelli senza lavoro, parenti, amici, licenziati magari a cinquant’anni, con i figli che studiano e vivendo ogni giorno con l’angoscia di riuscire a trovarne uno, di lavoro. Non sono lagne, sono la realtà. Poi tanti sono fortunati e stanno bene, ma tanti sbattono la testa contro il muro, e poi, pensa te, magari vanno anche in depressione.

“Spendo tanto, non c’è mai stata qualcosa che mi sono detta, oddio mi piace non la posso comprare…cioè, se mi piace veramente, la compro:”

Brava, Cami, e ci mancherebbe che poi uno non si toglie i suoi sfizi, qualche scarpina, le borsette di diversi colori e marche, rendono felice e gioiosa una ragazza come te.

Una cosa però ti chiedo: ti sei mai chiesta, una volta sola, se potevi spendere i soldi di una borsa Yves Saint Laurent o di scarpe Louboutin per aiutare qualcuno di quelli dei bunker? So che non è un obbligo, ci mancherebbe, ma non ti sentiresti più umana e meno di plastica? Usare la marea di soldi che sperperi in centinaia di scarpe all’anno per dare un futuro a dei bambini profughi? Poi te la puoi tirare su Instagram che l’hai fatto, ma fallo, perdio. Già siete aridi e vuoti, tu e i tuoi amici riccastri, cercate di essere, per una volta umani, abbassate lo sguardo nel fango, da dove noi vi facciamo ciao e aiutate almeno chi sta male. Sarà retorica, Cami, ma quando vedo il tuo video dove dici queste cose tra i risolini, mi viene rabbia, e poi pietà, perché non è vita quella che fai tu, è un abisso di lustrini e abiti griffati che ti inghiottirà.

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