Cile, gli sporchi affari neoliberisti

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C’è voluta la manifestazione oceanica del 26 ottobre 2019, oltre un milione e 200mila persone scese in piazza a Santiago, per riuscire ad ottenere la fine del coprifuoco e dello stato di emergenza imposto dal presidente Sebastian Piñera, e il conseguente annuncio delle sue dimissioni “ho chiesto a tutti i ministri di rinunciare al loro mandato per formare un nuovo governo”.

Per arrivare a questa apertura il popolo cileno ha subito fortissime repressioni, una ventina di morti, oltre 800 feriti e più di 3000 arresti, di cui 270 minori; Amnesty International aveva denunciato innumerevoli detenzioni illegali, torture, vessazioni sessuali e cure mediche negate.

Le proteste sono cominciate a Santiago il 14 ottobre scorso, a seguito dell’annuncio del Ministro dei Trasporti di un aumento di circa il 4% sul prezzo dei biglietti dei mezzi pubblici ( in 12 anni la tariffa metropolitana è aumentata al 100%).

L’iniziativa di alcuni studenti di eludere il pagamento del biglietto diventa subito pratica di massa, tanto che l’azienda che gestisce la metropolitana decide di chiudere l’intera rete. È una rivolta senza precedenti che in tre giorni si diffonde nelle principali città del Paese, dando carattere nazionale alla protesta.

Il Cile in guerra

L’uomo di destra Piñera, dopo aver avallato lo stato di emergenza e ricorso ai militari per reprimere i manifestanti dichiara addirittura che “il Cile è in guerra contro un potente nemico”.

La strategia del presidente di seminare il panico non ha funzionato; i cileni in massa hanno sfidato il coprifuoco, disobbedendo alle autorità e chiedendo giustizia. Il popolo veniva massacrato solo perchè contestava le politiche di macelleria sociale che hanno devastato il Paese dalla dittatura di Pinochet sino al liberista Piñera.

La sera del 22 ottobre il presidente si era rivolto al Paese chiedendo perdono e annunciando un pacchetto di misure sociali, ma le offerte erano insufficienti e non incidevano minimamente sul modello neo-liberale fondato sulla diseguaglianza programmata.

500 dollari al mese

Il divorzio tra società civile e politica è iniziato già a partire dal passaggio alla democrazia nel 1990; l’economia ultraliberista del Cile, retto da una costituzione approvata dal dittatore Pinochet, è rimasta intatta. L’1% più ricco dei cileni detiene il 23% della ricchezza del Paese; le famiglie spendono gran parte del loro reddito per pagare un welfare controllato da privati; metà dei lavoratori dipendenti guadagnano meno di 500 dollari al mese e le pensioni rimangono basse, mentre i profitti delle aziende private sono considerevoli.

In America Latina stiamo assistendo al totale fallimento del modello neo-liberista; in Cile, in Ecuador e in Argentina, dove il presidente Macrì, l’altro giorno battuto alle elezioni, in appena quattro anni, è riuscito a far ripiombare il Paese nel precipizio del fallimento; il Brasile sarà il prossimo a fallire? Probabile, visto che il fascista-sovranista-liberista Bolsonaro sembra voler distruggere quanto era stato creato prima da Lula e Dilma.

La paura rimane

Il governo neo-liberista guidato dal presidente Piñera si è dimesso, ma il timore è che il passato possa ritornare, anche nelle sue forme più assurde; che niente è conquistato in via definitiva, una volta per tutte, tanto meno la libertà e la democrazia. Il liberismo e i neo-liberisti non hanno alcuna intenzione di mollare la presa e sono semmai disponibili a fare buon viso e cattivo gioco, finchè non si ripresenta loro l’occasione di aver nuovamente le mani libere per riprendere il controllo dei loro sporchi affari nell’economia e nelle istituzioni.

Arricchire l’élite mentre il popolo s’impoverisce fa parte del patrimonio genetico del neo-liberismo.

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