Coi bambini profughi a Chios

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Tra luglio ed agosto, le sue vacanze lo studente ginevrino Alexis Musumeci, 19 anni, non le ha trascorse su qualche spiaggia alla moda a bere mojitos con i suoi coetanei, ma in mezzo ai bambini del campo profughi dell’isola greca di Chios come volontario dell’associazione italiana “Stay human”. Ci ha raccontato la sua esperienza che gli ha fatto capire cosa significa aiutare concretamente e che gli ha fatto scoprire, a lui figlio unico, “il sentimento di forte protezione fraterna” verso i piccoli rifugiati di cui si è preso cura tra non poche difficoltà.

Nella patria del Che

Mamma romanda e papà siciliano, Alexis è impegnato socialmente e schierato politicamente a sinistra sin dai primi anni del liceo. Durante l’estate di due anni fa, all’età di 17 anni, parte alla volta di Cuba con le Brigate dei Volontari sezione Ticino e, oltre Oceano nella patria del Che, si cimenta per la prima volta con la non facile vita comunitaria. Ottenuta la maturità, ripete l’esperienza l’anno successivo prima di dedicare un anno al perfezionamento delle lingue in giro per il mondo, dapprima a Berlino poi in Nuova Zelanda ed infine nel Costa Rica. Concluso il suo anno sabatico, il 31 luglio scorso Alexis raggiunge l’associazione “Stay human” e vola sull’isola greca di Chios ai confini con la Turchia come volontario del campo rifugiati Vial sito ad una ventina di minuti dalla città di Chios.

I bimbi si capiscono tra loro

“Avevo per compito di insegnare ai bambini profughi presso l’edificio che fungeva da scuola vicino al campo principale” ci racconta Alexis. “I bimbi avevano tra gli 8 e i 12 anni e davo loro lezioni di informatica di base ed inglese. Circa un quarto di loro parlava bene inglese e faceva da interprete per quelli che parlavano soltanto arabo o farsi mentre alcuni, come i piccoli rifugiati provenienti da paesi dell’Africa nera come il Senegal o il Camerun ad esempio, parlavano francese. A volte però dovevo farmi capire a gesti. Nel campo la situazione non era sempre facile tra le diverse etnie, ma era commovente vedere che contrariamente agli adulti i bambini riuscivano sempre a capirsi.”

Niente domande sulla sofferenza

Alexis Musumeci ci spiega che su ordine delle autorità greche ai volontari dell’associazione era imposto il divieto assoluto di porre domande ai profughi in merito ai loro sofferti trascorsi. “Ma non si poteva ovviamente impedire a chi lo voleva di raccontare ciò che aveva vissuto e mi è successo di sentire bambini evocare episodi di violenza subita nei Paesi da dove erano fuggiti.” Tanti di loro, ricorda lo studente ginevrino, erano minorenni non accompagnati o orfani – quest’ultimi alloggiati separatamente in un vero e proprio orfanatrofio in condizioni migliori di quelle del campo dove in estate il calore sotto le tende è insopportabile e in inverno il freddo pungente – provenienti principalmente dalla Siria, dalla Palestina, dall’Afghanistan.

Oggi Alexis ha ritrovato la quiete della sua città e studia alla Facoltà di Relazioni internazionali dell’Università di Ginevra, ma l’esperienza di Chios l’ha profondamente segnato. “Ci tornerò certamente”ci dice, “poiché aiutare concretamente mi ha permesso di capire la differenza tra la realtà e la teoria. La nostra generazione è molto ben informata di tutto ciò che accade grazie ai media, ma vivere un’esperienza così sulla propria pelle è del tutto diverso.”

Stay Human

L’associazione italiana Stay Human è stata costituita a Pesaro quattro anni fa dall’operaio italo-macedone Musli Hlievski, 33 anni, colpito dall’esodo dei profughi sulla rotta balcanica ci spiega il suo responsabile territoriale Francesco Perna, 36enne vigile del fuoco di Napoli. In Italia, a Pesaro dove sorge la sede principale di Stay Human, ma anche a Napoli, Roma, Torino Venezia e in Puglia, i volontari dell’associazione che conta un centinaio di membri impartiscono lezioni di italiano ai rifugiati. All’estero Stay Human opera attualmente in Grecia, nel campo profughi dell’isola di Chios e in Germania. “Progettiamo inoltre di sviluppare un’antenna a Ginevra” ci spiega Francesco. Il campo profughi di Chios, concepito per 1400 persone, ne ospita attualmente 3700 che dispongono soltanto di 16 bagni in totale, ci racconta Francesco. I profughi sono alloggiati sotto tende la cui maggior parte è stata comperata dalla nostra associazione allorquando il governo greco riceve fondi per accogliere i rifugiati che vivono però in condizioni pietose: frequenti i morsi da insetti, da topi, le violenze sulle donne ad opera di uomini del campo, le faide tra etnie.

Dal 19 ottobre prossimo, il governo greco sopprimerà l’assistenza medica specializzata ai profughi cosicché Stay Human manderà a Chios un suo ginecologo che, per un determinato periodo, si metterà gratuitamente a disposizione delle donne del campo. “Facciamo quanto più possiamo, ma questi campi recinti da ferro spinato sono delle bombe ad orologeria e se le cose non cambiano in fretta rischiano di diventare covi di futuri terroristi” sospira Francesco.

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