Congedo paternità: vittoria o pareggio?

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Dieci giorni di congedo paternità da godere nei primi sei mesi di vita del figlio: è questo in estrema sintesi il risultato ottenuto con il lancio dell’iniziativa popolare federale “Per un congedo paternità ragionevole”.

Indubbiamente un ottimo risultato, se pensiamo da dove siamo partiti (zero giorni), ma insufficiente se si considera l’obiettivo dell’iniziativa (venti giorni): insomma anche in questo caso si ripresenta il dilemma del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto.

Personalmente non riesco a gioire appieno di quanto raggiunto. Certo è molto, è innegabile, ma sono dispiaciuto che il comitato promotore si sia accontentato del compromesso parlamentare e abbia deciso di ritirare l’iniziativa, rinunciando di conseguenza a chiamare i cittadini alle urne. Meglio un uovo oggi che una gallina domani? Forse sì. Ma se la gallina fosse stata fertile? Coi se e coi ma non si va da nessuna parte, si obietterà. Pienamente d’accordo. Ma talvolta occorre anche rischiare…

Il congedo paternità, e quello parentale ancora di più, sono però fondamentali per garantire una vera parità fra uomo e donna, non solo per permettere al padre di svolgere al meglio il proprio ruolo. In questi giorni si dibatte molto della pressione del mondo del lavoro sulle donne che riprendono le proprie attività dopo il congedo maternità: limitare il congedo paternità ai primi sei mesi di vita del bambino significa lasciare tutta la pressione proprio sulle donne. Normalmente i bambini sani iniziano ad ammalarsi dal sesto mese, oppure quando entrano all’asilo nido. Chi se ne dovrà occupare se il padre non avrà modo di farlo? Su chi ricadrà il giudizio della società per non prendersi cura in maniera adeguata del figlio?

Sempre e solo, o quantomeno principalmente, sulla madre. Perché non prolungare almeno di altri sei mesi la possibilità di usufruire dei giorni di congedo? Una soluzione di questo tipo avrebbe garantito una maggiore equità di trattamento fra uomo e donna e, in ultima analisi, dato più sicurezze alla donna sul posto di lavoro. E reso questo compromesso un po’ più digeribile.

La mia non è una delusione aprioristica, ma circostanziata e basata anche sull’esperienza personale di padre che ha avuto la fortuna e la possibilità di ridurre la propria percentuale di lavoro per accudire le figlie, nella consapevolezza che ciò nonostante il grosso peso delle responsabilità sia pur sempre stato sopportato dalla madre. Per questo avrei preferito una votazione. Per questo si riparte più motivati di prima per l’ottenimento di un vero e proprio congedo parentale, che garantisca a padri e madri pari diritti e doveri, e ai bambini maggiore serenità.

Davide Dosi è Candidato al Consiglio Nazionale per il PS

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