Donne e informatica: un gap culturale

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Il gap di genere nel mondo del lavoro è un fatto assodato: discriminazioni salariali, licenziamenti in caso di maternità, abusi di varia natura. C’è un campo in particolare in cui, a quanto sopra citato, si aggiungono dei veri e propri pregiudizi a danno delle donne: il mondo dell’informatica. Una donna che lavora con la tecnologia, diciamolo, appare ai più come una specie di alieno, un elemento fuori posto in un mondo dominato dagli uomini. Ma è stato sempre così?

Donne e computer: una storia che parte da lontano

Giulia Tosato, mantovana, si occupa dell’organizzazione di eventi in ambito tecnologico: pur non essendo una programmatrice è in contatto con le community di developer italiane ed europee. Il tema della diversity e dell’inclusione in queste community è molto sentito, e la presenza di donne agli eventi tech è spesso bassa. E così si è chiesta perché, e quale fosse la storia delle donne nella programmazione. Giulia ha recentemente tenuto un discorso al WordCamp Catania, un evento dedicato al CMS WordPress e in generale al mondo del web, dal titolo evocativo: “Programmazione: femminile, singolare”: ne parliamo insieme.

Il mondo dell’informatica, racconta Giulia, non è stato sempre appannaggio degli uomini: addirittura, è stata una donna, Ada Lovelace, la prima persona al mondo ad avere, nell’Ottocento, l’intuizione di poter istruire una macchina perché faccia delle cose: quello che oggi chiamiamo “programmazione”. Una macchina che per altro non esisteva ancora.

Dopo Ada sono venute altre donne: Margaret Hamilton, che ha letteralmente mandato l’uomo sulla Luna con il suo programma; Grace Hopper, che nel 1952 realizza il primo compilatore della storia, un programma in grado di far comprendere ad una macchina delle istruzioni scritte in inglese; Mary Kenneth Keller, la prima persona a conseguire un PhD in informatica nel 1965: Marjorie Lee Brown, che nel 1960 porta il primo computer in un college afro-americano. E altre, moltissime altre che magari non avete mai sentito nominare: in generale, forse sappiamo che ci sono state donne che hanno fatto la storia della programmazione, ma quello che non si sa è che sono state davvero tante e soprattutto che per molti anni “la programmazione era un lavoro da donne”.

Programmazione: all’inizio erano donne

Negli anni ’40, durante e dopo la guerra, mentre gli uomini sono al fronte, sono le donne a far funzionare i primi computer. Gli uomini si occupavano di hardware (valvole, cavi e meccanismi meccanici), le donne di programmare, cioè istruire le macchine. Quello che oggi chiamiamo software. E al tempo non esistevano ancora schermi e tastiere!

Negli anni ’50 e ’60 esplode la domanda di specialisti in grado di programmare i calcolatori, macchine a cui le aziende affidano il calcolo degli stipendi e l’elaborazione dei dati: e sono soprattutto donne. In questi decenni la programmazione, insomma, è un lavoro da donne – e anche molto ben retribuito

A metà degli anni ’60 vengono inaugurati i primi corsi di studio in informatica (“computer science” in USA) e le donne si iscrivono in grande numero. Nel 1983-84 il 37% delle persone laureate in queste materie sono donne

Un mutamento culturale

A questo punto ci chiediamo, e chiedo a Giulia: e poi cos’è successo, perché oggi sono così poche le donne nell’informatica?

Dalla metà degli anni Ottanta del ‘900 la percentuale delle donne che si laureano in computer science crolla vertiginosamente. Perché, cosa succede in quegli anni? Per esempio succede questo: che i personal computer entrano nelle case, prima erano macchine enormi e costose, a disposizione solo di aziende e centri di ricerca. Quando i computer entrano nelle case, iniziamo a raccontarci questa storia: che i computer sono per i maschi. Secondo uno studio del 1995-99 di Allan Fisher e Jane Margolis, c’era il doppio delle probabilità che i maschi avessero ricevuto in regalo un computer, ed era normale che se un computer entrava in casa finisse nella stanza del figlio. I maschi erano incoraggiati a giocare con costruzioni e apparecchi elettronici, le femmine con bambole e cucine. Anche le storie che vediamo al cinema iniziano a presentarci questo stereotipo: protagonisti giovani maschi bianchi che salvano il mondo grazie ai computer. Anche i videogiochi (uno dei principali canali di accesso al mondo dell’informatica) sono maschili ed escludono le donne.

E questo che conseguenze ha avuto sul mondo accademico e del lavoro? Nel tuo discorso, citi Patricia Ordóñez, studentessa negli anni 80, che racconta: Ricordo che una volta ho fatto una domanda e il professore si fermò e mi guardò e disse: “Dovresti saperlo ormai”. E ho pensato “Non riuscirò mai a eccellere”. Perché avrebbe dovuto saperlo?

Perché si inizia a dare per scontato che sia così, perché in effetti i maschi, che hanno avuto accesso ad un computer, arrivavano all’università già conoscendo qualche base di informatica. E quindi uno dei motivi del calo della presenza di donne è proprio il cambiamento nel modo in cui i giovani imparano a programmare. Prima, nessuno di quelli che arrivavano all’università aveva usato un computer prima – erano macchine rare e costose (quindi avevano tutti le stesse possibilità di dimostrare le proprie capacità: si partiva da pari condizioni). Ora si va creando un ambiente che discrimina chi non ha avuto la possibilità di usare un computer prima. Le donne sono portate a dubitare delle proprie capacità. Chi arriva a studiare informatica senza una esperienza precedente, lascia molto presto. Prima si partiva da pari opportunità, uomini e donne erano uguali, entrambi arrivavano senza conoscenze pregresse. A questo punto della storia, invece, non ci sono più pari opportunità: le donne sono ostacolate in partenza, da fattori pratici (non avere disponibilità di computer) e da fattori culturali (lo stereotipo che si è creato). Insomma: a questo punto della storia il quadro dipinto è quello di un mondo pieno di pregiudizi, si è dipinto un mondo dove non c’è posto per le donne.

Uno scenario consolidato

A quel punto – prosegue Giulia – l’immaginario si è consolidato, è diventato reale: e dalle scuole naturalmente passa nelle aziende. Siccome si diffonde un concetto per cui per far parte dell’azienda ne devi condividere i valori, vengono scelti i candidati in base a quanto corrispondono allo stereotipo del bravo programmatore: maschio. (cervellone, asociale, disposto a fare le ore piccole…) Ovviamente questo esclude le donne.

Qualcuno potrebbe obiettare che è una questione naturale, biologica…

No, la biologia non c’entra niente: se la biologia fosse un limite, dovrebbe esserlo ovunque. Ma per esempio in India il 40% degli studenti di informatica sono donne, perchè sono sostenute dalle famiglie, perché il lavoro è prestigioso, redditizio, e sicuro.

Quante deve sentirne una donna che si occupa di informatica, Giulia?

Riporto solo alcune frasi:

  • “Cosa studi?
    – Ingegneria Elettronica e Informatica
    – Wow, difficilissima, brava! Ma come mai una ragazza sceglie questi studi così difficili?
  • Ma davvero vuoi fare il direttore tecnologico? Guarda che poi non trovi il fidanzato, perché nessuno vuole una donna che guadagna più di lui.
  • Cos’hai oggi, sei nervosa? Hai le tue cose?
  • Questo argomento è troppo tecnico per te, piuttosto… spiegami come si cucina questo dolce

Cosa fare, oggi.

Come si esce, Giulia, da questo scenario di discriminazione?

È stata una storia, uno stratificarsi di discriminazioni di genere, di ostacoli pratici e soprattutto culturali, oggi siamo immersi in un immaginario, così immersi da non esserne più consapevoli. Ma se ne prendiamo consapevolezza, possiamo modificarlo: è una questione di linguaggio e comportamento, quello che diciamo e come lo diciamo, come ci comportiamo, che contribuisce a portare avanti – o cambiare – quell’immaginario, quello stereotipo. Bisogna aiutare, dare voce alle donne, essere di supporto, allearsi. Bisogna farsi sentire, creare dei role model: parlare a meetup ed eventi, farsi sentire anche nel senso che se ci succede qualcosa di spiacevole “in quanto donna” , bisogna parlarne.

Bisogna esprimere le difficoltà, non farsi ingannare dallo stereotipo di genere! È quello stesso stereotipo, donna, che ti sta facendo credere che se chiedi aiuto sei debole, che non sei brava abbastanza. Se sei uomo, metti le tue colleghe nella condizione di poter esprimere le difficoltà senza sentirsi giudicata. E soprattutto bisogna AGIRE: partecipare, invitare, accompagnare – fare da mentor agli eventi – cercare occasioni di incontro, o crearle.

Perché? Perché si!

Insomma: perché cambiare la storia?

Ci sono vari motivi molto pragmatici, se vogliamo: tutti gli studi ci dicono che team “misti”, diversi, sono più produttivi e di successo e che le aziende con maggior presenza di donne in posizioni manageriali hanno migliori risultati economici. In questo momento in cui si stanno sviluppando tante, nuove tecnologie, poi, è ancora più importante che siano progettate da team diversi, perché così funzioneranno meglio per tutti. Perché questo è un settore in crescita, ricco di opportunità… ma soprattutto …perché sì!
Perché se oggi sono poche le donne in questo settore è solo perché sono state negli anni vittime di pregiudizi, sono state ostacolate da stereotipi di genere che non hanno ragione di esistere. Se ci sono poche donne è perché hanno incontrato ostacoli culturali e sono state discriminate. Oggi possiamo rimuovere questi ostacoli!

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