Federer, quella lacrima sul viso

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Che sia la lacrima il segreto di Roger “Avatar” Federer che sull’uscio di casa ha vinto il suo titolo ATP numero 103 e vede un po’ più da vicino i 109 titoli (peraltro non tutti dello stesso tipo e valore) di Connor?

Più si che no, visto che in molte professioni a una certa età, giustamente, si parla di “burn out”, di anima bruciata, priva ormai del “fuoco sacro” che ti fa andare avanti con gli stessi ideali, con la stessa forza d’animo che avevi in partenza.

Non è il caso del 38enne Roger, di certo non parco di lacrime all’inizio della carriera, e come abbiamo visto, nemmeno 20 anni dopo. Quando Roger ha debuttato, il suo rivale Alex De Minaur aveva “numero di mesi (non di anni) 8” come si direbbe in certo linguaggio da schedatura statistica, D’accordo, Basilea è “casa dolce casa”, ma come si fa a non versare qualche lacrimuccia a quell’età, a mostrare un’emozione da primo bacio al primo amore? Proviamo a metterla così: Federer è un professionista che in 20 anni ha guadagnato 127 milioni: eppure ha la mentalità del dilettante nel senso nobile del termine. Quella mentalità che gli permette di allenarsi come un principiante, di curare il suo corpo e di pianificare la sua stagione con una disciplina da santone orientale. Dopo aver sconfitto in semifinale il giovane, ma già affermato Tsitsipas, che lo aveva battuto in primavera, Federer, pur non ripetendosi con la stessa precisione chirurgica al servizio, ha calato una dura lezione a De Minaur, classe 1999, con colpi che in qualche caso hanno piombato nello sconforto l’ennesimo talento emergente opposto al Maestro. Ma, al di là della nota maestria tecnica, della preveggenza che gli permette di percepire in anticipo le mosse dell’avversario, Federer ha retto il confronto anche sul piano della velocità e della reattività con l’australiano, al momento più scattista-sprinter che tennista. Reattività che però, su certi colpi geniali dello svizzero, non è bastata a parare i colpi.

Di modo che, alla fine dei conti, si direbbe che Roger, quando ha annunciato di voler puntare ai Giochi Olimpici di Tokyo 2020, non abbia esagerato: incredibile ma vero, il Federer visto a Basilea, specialmente contro Tsitispas, un pensierino ai Giochi lo può fare, e non solo per il gettone di presenza a 39 anni, già di per sè onorevole. Certo non può disputare l’intera stagione a quell’età, si romperebbe.

Ma se si gestisce bene, se prima si limita a disputare il 30-40 % dei tornei o giù di li, potrebbe dare del filo da torcere ai suoi rivali di sempre Djokovic e Nadal e all’intera nuova generazione. Il fuoco sacro, la capacità di emozionarsi come un innamorato alla prima carezza (con la pallina da tennis) è intatta.

A proposito, il 2019, che potrebbe già passare alla storia e agli archivi come positivo, potrebbe riservare altre sorprese, se Roger non vorrà andare anzitempo in (meritato) letargo.

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