I corpi di Dalilah e delle sue sorelle

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Ma come stanno bene nella loro pelle le donne dell’atletica leggera, viste a Doha. Sprizzano gioia da tutti i pori, celebrano i loro splendidi corpi correndo, saltando in alto e in lungo, lanciando il giavellotto e il disco con lo stesso gesto immortalato millenni or sono dal greco Mirone, che mai si sarebbe sognato di rappresentare una donna in quella posa.

La più bella fra le belle, nel Paese che manda in piscina le donne con lo “hijab”(la calzamaglia che copre tutto il corpo) è stata una musulmana, Dalilah Muhammad, figlia di un imam di New York. Dalilah ha vinto i 400 metri a ostacoli migliorando il primato del mondo, già suo, in 52” e 12. Dalilah è vestita (o svestita, a seconda dei punti di vista) come tutte le altre sue rivali, dalla Romania ai Caraibi. Salvo portare i pantaloncini con l’orlo un po’ più allungato rispetto alle altre.

Quando l’atletica è arrivata a Doha, nei primi meeting, le donne furono obbligate a gareggiare con i mutandoni che arrivavano fino alle ginocchia. Dalilah, lei corre come una dea greca, come la Nike (non la ciabattina a stelle e strisce però) scolpita a Olimpia. Sembra sul serio alata, non tradisce lo sforzo, unisce tecnica ed estetica come nessun altro umano(a) ha mai mostrato, nemmeno “il figlio del vento” Carl Lewis.

Nella stessa disciplina si è presentata la qatariota Miriam Mahmoud Farid, coperta da capo a piedi e di nero vestita. Sull’ostacolo (di 76cm) goffa da far girare la testa dall’altra parte, ultima con 16 secondi di ritardo su Dalilah che gli ostacoli li passa con leggerezza, come se fossero un impedimento casualee di poco conto. Ma lei al traguardo era raggiante: “Ho corso per dimostrare che anche le donne con lo “hijab” possono competere, ho corso per tutte le altre donne del Qatar“.

Memorabile in questa edizione dei Mondiali anche la corsa di Selwa Eid Naser, di madre nigeriana e padre del Bahrein. Ai mondiali juniores di 4 anni fa, l’astuta ragazza dovette correre con la calzamaglia, ma ottenne di mutare il nero in rosso, il colore del suo Paese. Quest’anno ha corso vestita (svestita?) come tutte le altre e per di più con un vistoso “piercing” al labbro. Nella nostra ignoranza non sappiamo se il Corano permetta o meno l’intrusione di un corpo estraneo nella pelle, ma di certo le tre musulmane hanno rappresentato una rottura con il dogma islamico che in molti casi impedisce alla donne di mostrare persino la pelle della loro faccia.

Assisteremo presto a una nuova rivoluzione dopo quella operata dal cattolico De Coubertin nel 1896 in un discorso alla Sorbona che fece da preludio al ripristino dei Giochi Olimpici? “Come lo scultore modella la statua, così dobbiamo creare il prezioso equilibrio fra corpo e anima che dà bellezza e salute. Dobbiamo sentire, come gli antichi (i pagani!) il sano scorrere del sangue nelle vene”.

Per la verità De Coubertin si riferiva solo agli atleti maschi, ma intanto, perlomeno, un corpo, quello maschile, veniva riabilitato. Quello femminile lo sarebbe stato ben presto, quel corpo che i primi cristiani vedevano come fonte di tentazione, strumento del demonio, come si evince nella lettera dell’anacoreta S.Girolamo a Eustachio del quarto secolo. Ritiratosi come molti altri nel deserto per vincere le tentazioni della carne e del mondo, confessa: “Proprio io, che per paura dell’inferno mi ero condannato da me stesso a una simile prigione, con la sola compagnia di scorpioni e di fiere, spesso mi sentivo trasportato in mezzo a fanciulle danzanti”.

Quel horreur, il corpo della donna che la nostra cultura cristiana ha guardato per secoli con estremo sospetto e anche con disprezzo, come sarà visto fra qualche anno (o secolo) dall’ Islam più conservatore? Come lo vede, probabilmente, l’imam Muhammad, padre di Dalilah, o come i custodi della fede islamica iraniani che hanno condannato a 6 mesi di carcere Sahar Khodayari per “oltraggio al pudore”? Sahar era entrata in uno stadio di calcio per seguire lo sua squadra del cuore. Dopo la sentenza si è data fuoco davanti al tribunale ed è morta a 29 anni. L’Iran, anche per non essere escluso dai Mondiali di calcio, permetterà ora alle donne di assistere alle partite della Nazionale.

L’alto clero islamico, sia sunnita che sciita, al momento non ha fatto trapelare nessun commento, nessuna condanna, nei confronti delle donne che hanno celebrato l’eccellenza e la bellezza del loro corpo (della vita) nello stadio di Doha, forse intimiditi dall’esibizione di Dalilah, che tra l’altro, porta il nome del Profeta; Muhammad. Quando l’antico agone olimpico dei greci – il nostro “sport”- incide sia sulle menti, sia sui costumi.

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