Il leone in doppio petto

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Abiy Ahmed Ali è attualmente l’uomo più in vista d’Africa. Ha ricevuto recentemente il premio Nobel per la pace, raggiunta con l’Eritrea, dopo una guerra incominciata nel 1998 e terminata, ufficialmente solo l’anno scorso, col ritiro etiope dalla città di Badammé.

Il primo ministro etiope ha già rischiato di lasciarci le penne, ma a salvarlo sono state la sua arroganza e il suo sangue freddo. Nell’ottobre 2018, una decina di militari avevano fatto irruzione nel suo ufficio.

“Non mi avrete ucciso prima che io sia riuscito a eliminare cinque o sei di voi” (Abiy è stato lui stesso militare NdR)

ha detto e poi si è messo a fare le flessioni.

A quarantadue anni, è il leader più giovane del continente, accanto a lui si percepisce non solo l’età anagrafica, ma una mentalità completamente fuori dagli schemi e che rifugge il passato come quasi una zavorra. Appena insediato ha fatto rifare uffici e spazi comuni rivestendoli di bianco per rendere tutto più luminoso e piazzando schermi per le videoconferenze in ogni sala.

Dice cose incredibili

Che Abiyabbia un ego ipertrofico è accertato, ma dalla sua ha un entusiasmo folle e contagioso che sembra avvolgere tutti quelli che stanno intorno a lui. Racconta Blen Sahilu, avvocata e attivista per i diritti delle donne:

“dice cose incredibili e poi le fa.”

A un piglio visionario, al culto di se stesso, allo slancio fanatico verso il modernismo, Abiy deve aggiungere un terreno fertile che gli ha, con tutte le critiche che gli si possono portare, creato il regime precedente. Un Paese che in quindici anni ha praticamente decuplicato il proprio PIL, passando da 8 a 80 miliardi di dollari annui, con tassi di crescita da far impallidire la Cina.

Abiy Ahmed Ali ha però pensato in grande e come molti figli d’Africa, è ben cosciente che sono soprattutto le divisioni etniche, spesso prodotte dal colonialismo, a minare l’unità del paese.

Un governo di donne

Appartenente all’etnia Oromo, la maggiore del Paese, Abiy ha, come prima misura, abolito la regola che imponeva la dichiarazione dell’etnia sulla carta d’identità. Ha liberato 60’000 oppositori politici chiusi nelle carceri, tra cui numerosi giornalisti, ha affidato gli incarichi di governo per metà alle donne, e anche la presidente nominata a fine 2018, Sahle-Work Zewde è una donna, prima in Etiopia e unica in Africa. Donna è anche la presidente della corte suprema federale etiope, Meaza Ashenafi.

Abiy è inarrestabile e dichiara di avere fatto solo l’1% di quello che ha in mente. Ha inoltre riabilitato formazioni politiche che fino a ieri erano ritenute organizzazioni terroristiche. Ha promesso di indire libere elezioni già nel 2020 e per prova di buona volontà ha messo a capo della commissione elettorale Birtukan Mideksa, altra donna e per di più capo di un partito d’opposizione.

Diciamocelo chiaro, uno così fa paura, anche perché a slanci del genere spesso seguono giri di vite che riallacciano il potere saldamente nelle mani del leader, o finiscono in una bara insieme al loro artefice, proprio perché troppe riforme sono speso indigeste come il piombo.

Oppure no, Abiy Ahmed Ali è un fottuto genio e ha deciso di puntare sul cambiamento radicale e sulla libertà per gli oppositori, diventando così un leader riconosciuto da tutte le fazioni.

Il Nobel aiuta

Il Nobel per la pace, in fondo, è un assist non da poco, che lo eleva a livello di personaggi storici e amatissimi in Africa, come Nelson Mandela.

Certo, da noi si direbbe che ne deve mangiare di michette questo ragazzone per arrivare alla levatura di Mandela, anche lui però ha capito che le guerre tra gruppi etnici sono solo dispersive e dissanguano il paese. L’unità, la direzione comune di etnie, di uomini e donne sono il sistema di governo che quest’uomo ha sposato per far uscire l’Etiopia, unico paese africano a non essere mai stato colonizzato (a parte il breve intermezzo italiano tra il 1936 e il 1941), dal baratro di povertà che la contraddistingueva.

Ma soprattutto Abiy ha capito che lo sviluppo economico, deve andare di pari passo con quello sociale ed etico e lo fa nel modo migliore, non da idealista fanatico, ma da pratico manager. Questo potrebbe fare diventare l’Etiopia del Leone di Giuda, del Negus Neghesti, il re dei re, il faro dell’Africa.

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