Il momento magico del chitarrista

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Il chitarrista è, nell’immaginario collettivo musicale, l’alter ego del cantante. Colui che spezza per un momento, il suo momento, il solipsismo del frontman rubando la scena con quello che, nomen omen, chiamiamo assolo (o a solo, per dirla in modo tecnico). Che sia breve e espressivo o lungo e virtuosistico, pulito e melodico o distorto e dissonante, l’assolo è l’anima musicale di una canzone, ne riassume lo spirito. Lo aspetti, senti la tensione crescente nel brano, sai che sta per arrivare, e poi esplode, nota su nota a cavallo delle sei corde, come l’ospite d’onore del gran ballo, a volte anche alla fine, a mettere il sigillo finale sulla canzone. È diverso da un intero brano strumentale, perché non si dilunga, non si rimira nello specchio, ma consuma la propria vita in un lampo, pochi minuti, come una farfalla che esce dal bozzolo e poi vola, leggera e colorata, per un breve tratto, fino a spegnersi, alla fine.

In questa breve carrellata, alcuni dei momenti più alti del chitarrismo, un viaggio fra espressività e tecnica, assoli che restano nella storia, di quelli che canti nota per nota, magari facendo anche l’air guitar. Con tanto di pose e mosse, ovviamente. Come un divo. Come un eroe, un guitar hero. Solo tre brani, numero perfetto, una personale selezione, senza voler fare torto a nessuno

John Petrucci (Dream Theater): The Spirit Carries On.

Velocità di esecuzione, tecnica sopraffina, gusto melodico: a John Petrucci non manca proprio nulla, il prototipo del perfetto virtuoso, forse a volte troppo innamorato di se stesso fino al leziosismo. Ma non è il caso del solo di “The spirit carries on”, la mega-ballad al centro del concept album “Metropolis 2: Scenes from a memory”: Petrucci parte dove la voce di LaBrie termina, inizia soft, melodico. Poi cresce, alternando melodia e sweepate veloci, in un crescendo, sostenuto dalla ritmica di Portnoy, che all’improvviso si apre…. Ma è un attimo, prima dei fuochi d’artificio finali che, lentamente, si spengono. E il Guitar Hero si fa da parte, il frontman si riprende il palco, ma è un’altra musica.

David Gilmour (Pink Floyd): Comfortably numb

David Gilmour, al contrario, è tutto tranne che un virtuoso, ma in fondo è anche questo un punto di forza. Essenziale ma estremamente espressivo, in “Comfortably Numb”, dall’ epocale “The Wall”, dopo averci illuso, col primo assolo, che lo splendore dell’infanzia sia tornato, nel finale ci ricorda che “il bambino è cresciuto, il sogno è finito”, e parte acido, su un drammatico Si minore, contorcendo le scale blues, aggiungendo pezzo su pezzo al fraseggio che ritorna fino a stirarlo in su, stridente, quasi doloroso, il lamento dell’illusione spezzata.. finché lo sfumare del brano ci lascia da soli, senza più sogni in mano. Piacevolmente intorpiditi.

Jimi Hendrix: Little Wing

Una classifica chitarrista senza Hendrix è un po’come la lasagna senza carne: puoi farla, ma non chiamarla lasagna.

“Prendi di me tutto quello che vuoi. Tutto”, dice Hendrix sul finale dei neanche 2 minuti di canzone: e poi, invece, è lui a prenderci tutto, anima e cuore, partendo apparentemente semplice, ripetendo la frasetta, per farci stare tranquilli, ma aggiungendo strato su strato, scala su scala, suono su suono, in un viaggio astrale di nota in nota. Due minuti e 28, ma che dicono tutto. E si prendono tutto di noi.

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