Il terrore corre via chat

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Un gruppo di ragazzini. Un’agghiacciante mancanza di etica, nel capire la differenza tra il bene e il male. Una serie di filmati terrificanti, di abusi, pedopornografia e razzismo. Un circolo di piccole anime perse incapaci di comprendere la mostruosità del loro agire.

È successo in Italia. Nel Torinese, a pochi chilometri da noi, anche se in fondo quando si parla del web la distanza non conta nulla. Il nome della chat è già evocativo: “the shoha party”, con un rimando all’Olocausto ebraico.

La chat su Whatsapp, gestita da due quindicenni, postava materiale terrificante: razzista, con espliciti atti sessuali e addirittura, difficile crederlo e anche solo capirlo, con filmati pedopornografici aventi come protagonisti dei neonati.

Lo shock di una madre

A denunciare la cosa alla polizia, che poi ha intrapreso le indagini del caso che hanno portato a smascherare la rete, la madre di un tredicenne senese, che aveva trovato sul telefonino del figlio dei filmati pedopornografici. Non vogliamo soffermarci troppo, (anche perché spaventa) sullo shock che una madre può provare rinvenendo certo materiale in possesso del proprio figlio.

Anche perché fatichiamo a capire, la mente si arrovella nel cercare disperatamente una spiegazione per tali crudeltà e nichilismo, per questa totale mancanza di empatia.

Nella chat gli inquirenti hanno trovato scritte inneggianti a Hitler, a Mussolini e all’ISIS, meme e frasi scioccanti sugli immigrati e sugli ebrei. Ma questo per assurdo sarebbe il meno. Ad aggiungersi al razzismo e alla pochezza, c’era anche della pornografia infantile. In un video sono filmati dei rapporti sessuali di un’undicenne con due ragazzi appena più grandi di lei, in un altro, ancora più agghiacciante se possibile, il video di un adulto che abusa di una bambina di nemmeno un anno.

Sedici minorenni adepti dell’orrore

E qui scusate ma mi fermo, perché non capisco più, perché con tutta la comprensione del mondo, non riesco a collocare nella giusta casella questi ragazzi. Io che sono adulto, e ne ho viste di tutti i colori, divento gelido e spaventato di fronte a quella che gli investigatori hanno definito: “scene di una violenza inaudita e di una brutalità inenarrabile”.

Ad essere coinvolti sono in 25 ragazzi residenti in 13 provincie italiane, dei quali 16 minorenni tra i 13 e i 17 anni. Non che l’essere maggiorenni giustifichi un orrore del genere, ma noi che siamo sempre portati a vedere nei ragazzi, nei giovani, una purezza che non appartiene loro, rimaniamo basiti e frastornati.

Perché i ragazzi sono piccoli uomini e quello che li ha fatti crescere è il terreno che il loro seme ha trovato casualmente sotto di sé: può essere un terreno accogliente, ricco di fertilizzante e ben irrorato o una sterpaglia arida e piena di metalli velenosi. Quel seme assorbe quello che trova, ed in fondo le colpe, se ci sono, partono da lontano ed è difficle definirle.

Lo schifo e l’orrore

La prime reazioni sono la paura e lo schifo, l’orrore, poi ci si deve soffermare su questi giovani, e cercare di recuperare qualcosa, estraendoli da quel terreno malato e provando a dare loro qualcosa che li faccia riflettere. Compito improbo e ingiusto, eppure doveroso. Questi ragazzi domani si accoppieranno, produrranno altra prole, altri semi, e se non saranno aiutati, l’unico concime che riusciranno a restituire ai figli, sarà l’amaro veleno della loro infanzia bruciata dagli orrori dei social e del deep web.

Ma in fondo gli orrori dei social sono gli stessi della vita, solo che la Rete ha reso più facile e più banale l’accesso a cose che per le generazioni passate erano impensabili, ha cicatrizzato le anime con croste dure che non permettono più di percepire gentili carezze.

Carezze che, nonostante il nostro orrore, dobbiamo continuare a regalare a quei figli che crediamo mostri e sono in realtà solo il nostro riflesso in un torbido specchio.

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