Il vortice dell’assistenza

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Vado a Chiasso, su sollecitazione di un amico, perché ha delle storie per me. Io amo le storie e amo dare voce alle persone. Mi incontro, tra un caffè e qualche battuta con Giò e Max. Entrambi una vita travagliata, entrambi una storia a cui vogliono dare voce.

Giò, chiassese, mi racconta che da giovane ha fatto una formazione artistica e poi da stampatore, “mi ricordo che al mio primo posto di lavoro stampavamo il Mattino della Domenica”, mi dice ridendo.

Giò mette su famiglia, siamo all’inizio degli anni Duemila:

“la mia compagna rimane incinta del primo figlio, io all’epoca lavoravo a Friborgo, loro stavano a Chiasso. Scendevo se potevo in base agli impegni, ma capitava che restavo là per anche due settimane. Lei non voleva andassi lontano, ma io dovevo mantenere la famiglia.

Una volta torno a Chiasso e trovo la casa vuota, la mia compagna se n’era andata coi miei figli. Viveva in una stamberga pur di andarsene. Ovviamente sono cominciati i contrasti…” – Giò è onesto con se stesso – “ho fatto anche io le mie cagate, lo ammetto, ma ero giovane e impulsivo.”

Giò continua a raccontare: “Poi comincia la depressione, dovuta alle difficoltà emotive, continuo comunque a lavorare saltuariamente fino all’incidente.”

Che incidente? Chiedo io.

“Sono caduto da nove metri e mi sono fracassato tutta la parte destra del corpo, tutte le ossa, ma non sono morto. Intorno ai trent’anni mi ero lasciato andare con le sostanze, per fare una bravata mi sono rotto un sacco d’ossa, ma sono ancora qua. Questa è stata l’ennesima botta, che mi ha fatto precipitare ulteriormente nel baratro. Dipendenze da farmaci e sostanze erano ormai la regola.”

Certo Giò ci ha messo del suo, ma una serie di circostanze sfortunate sembrano volerlo ricacciare in basso, schiacciarlo e annichilirlo.

“È seguito un periodo all’ospedale psichiatrico. I miei genitori mi hanno consigliato di disintossicarmi, andai a villa Argentina ma dopo sei mesi scappai, l’ambiente non mi piaceva. Ho ancora lavorato come muratore e a montare cucine. Avevo ancora in sospeso delle accuse bagatella che si accumularono, arrivai in Corso Elvezia per la seconda fase del percorso di Villa Argentina, ma sono tornato ancora per poco tempo all’ospedale psichiatrico…”

“…Siccome avevo mollato il percorso di disintossicazione, mi arriva una lettera che mi dice che dovevo scontare 9 mesi di carcere, si trattava di roba di moto e cose così.

Mi faccio 5 mesi di Stampa e 4 di Stampino. Uscito, entro per la prima volta in assistenza, avevo una trentina d’anni, conoscevo il mio mestiere ma mi trovai completamente ai margini senza la forza di reagire. L’assistenza fu un colpo per me.”

Gli eccessi poi sono diventati la regola, Giò ha ora 45 anni. Ci racconta che era seguito da una brava assistente sociale, molto umana: “ una donna come si deve a cui era affezionata anche mia mamma.”.

Lasciamo Giò parlare a ruota libera, lui conclude la sua storia, nelle sue parole solo la disperata voglia di una vita normale e di un lavoro che probabilmente non avrà mai:

“Volevo dirti che quando sono entrato in assistenza prendevo 1160 franchi al mese, che dopo l’infortunio mi hanno tagliato (ancora oggi non so perché). Oggi vivo con 600.- fr al mese dilazionati su 4 settimane a 150 al mese*.

Non mi viene accettata la domanda AI, nonostante la mia parte destra sia tutta fracassata.

Nel 2016 è morta mia madre e ho avuto un calo di umore, prendo ancora medicamenti e chiedo solo un po’ di dignità, di potermi comprare un paio di scarpe o di uscire a cena una volta con i miei figli.

Oggi ho anche un problema con l’alcool, ma mi sto curando e il progetto sperimentale mi fa ben sperare.”

Giò mi regala una sorpresa, discutendo scopro che è un appassionato di biologia marina e che gli piacerebbe aprire un blog che si occupi di questi argomenti. Un modo di stare occupato e di non involversi troppo pensando alla propria situazione.

“Mi piacerebbe tanto lavorare, ma a 45 anni non mi prende più nessuno, “i ma vor mia a mi”

Devo ringraziare di cuore mio fratello, con cui ho un rapporto molto stretto, senza di lui i miei figli non avrebbero potuto studiare.”

Passo a Max, che siede sul divano accanto a Giò sorseggiando una birra da poco prezzo.

Anche Max, 40 anni, ha tre figli. Nel 2015 c’è stato il divorzio. Ora è il suo turno di raccontare:

“Io lavoravo all’Alptransit a Faido e Bodio come macchinista del betonaggio. Lavoravo agli impianti Holcim della Saceba. Ho avuto a un certo punto problemi con la schiena, nel 2012 ha cominciato a farmi male la gamba, dopo due anni non ce la facevo più quasi a camminare e la ditta mi ha detto “stai a casa tranquillo, ti fai curare” io lì mi sono sempre trovato benissimo, era un bell’ambiente e erano gentili con me. Sono stato operato all’ernia del disco.

Sono stato a casa per un anno dopo l’operazione, la dottoressa e la ditta mi hanno detto di fare domanda per l’AI. Anche perché il lavoro in galleria, con l’umidità e le mansioni di cui mi occupavo era una sofferenza…”

“ …le assenze continue hanno anche portato al divorzio, la vita in galleria è dura, fai i turni, anche notturni e a blocchi, 21 giorni di lavoro e 5 di libero. Dormi nelle baracche invece di tornare a casa. Il divorzio è arrivato di conseguenza.

“Alla fine mi hanno chiamato da Bellinzona e mi hanno chiesto di fare una riqualifica, ma erano vent’anni che non studiavo più e non ero molto fiducioso. Ho finito comunque la riqualificazione a giugno di quest’anno. Diploma custode, operatore di edifici e infrastrutture…”

“…In questi tre anni ogni semestre al colloquio mi trattavano come un bambino, l’operatrice si lamentava per le mie note. Io non sono mai stato in disoccupazione e ho lavorato per vent’anni, non sono mai stato una cima e gliel’ho anche detto. Sentirsi rimproverare a quarant’anni da una ragazza che ne avrà avuti venticinque mi faceva arrabbiare, ma dovevo mandare giù. Ti senti umiliato. Dopo i tre anni, finita la riqualificazione, non sei più un problema loro.”

“…A giugno ho detto ai miei colleghi con sei mesi di anticipo (lavoravo in una casa anziani del comune) che avevo gli esami, mi prendevo due settimane di ferie per impegnarmi in qtuelli, ma i piani di lavoro erano già stati fatti e tutti sono andati in ferie. Io mio sono preso comunque le mie due settimane (come stabilito 6 mesi prima). Mi sono messo in malattia e ad agosto è finito il contratto per il comune in casa anziani, ho ricevuto una lettera di conclusione del rapporto di lavoro e non mi hanno pagato giugno, luglio e agosto, perché ero mancato quelle due settimane per gli esami. Ad oggi mi devono ancora 18’000 franchi, io ho sempre mantenuto i miei figli e anche loro pagano questa situazione. Perché i soldi che mancano a me mancano a loro.”

“…In classe con me c’era gente che stentava a camminare, gente con le placche di ferro nella spina dorsale, ma comunque tutti sgobboni, uno era carpentiere. Eravamo dodici e siamo attualmente tutti in disoccupazione.

Ho vissuto il classico rimpallo tra enti, tra l’AI e la Promea, che è una cassa di compensazione. Ognuno diceva che era l’altra che doveva mandarmi i soldi.”

Ora Max sta cercando lavoro come manutentore e custode. Il suo stipendio è praticamente dimezzato. Quello di operaio in galleria era un bel salario, oggi se anche trovasse, Max prenderebbe poco più della metà di quello che prendeva prima, uno stipendio insufficiente con il divorzio alle spalle e tre figli da mantenere.

Max è molto arrabbiato, è in un vortice dove ci sono sempre meno soldi e difficilmente anche lui vede una soluzione. Sono storie ai margini quelle di Giò e Max, che guardo nonostante tutto sorridenti sul divano, con i jeans, i berretti da baseball e le camicie a quadri. Sembrano gli agricoltori americani del Midwest, a condividere con loro quella divisa di chi ha poco e non può permettersi vezzi. In mano hanno i loro sorrisi, la birra da poco, e la pesca come amore comune. Quando vado via, insistono nel regalarmi tre trote, che hanno appena pescato nella Breggia:

“Prendile, sono buonissime, con un po’ di burro e di timo e due patate!” e sento l’amore per quelle piccole vittorie in una vita che non lascia scampo. Loro sono già felici di aver potuto raccontare la loro storia, di avere avuto voce per qualche minuto.

E signori, ho trovato più umanità in quella casa povera con mobili raffazzonati che in tanti saloni pieni di ricchezza. Perché spesso nella povertà e nella decadenza, fioriscono gli esseri umani più belli, magari malati, imperfetti, con le ossa rotte e schegge di vetro nell’anima, ma con una gran voglia di tornare a vivere.

*per compendio di informazione, i soldi di cui parla Giò sono quelli per vivere, l’assistenza paga già affitto e cassa malati, ma tutto il resto (trasporti, telefono, cibo, vestiario) è da computare in quei 600 fr.

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